intervista a Massimiliano Ferragina

di Morena Patrizia La Torre

Sfida sempre nuova quella di annunciare il Vangelo, suscita interrogativi esistenziali, richiede un coinvolgimento personale e apre alla ricerca di nuovi linguaggi capaci di colmare la vita di bellezza. Come avvicinare arte e Vangelo e viceversa? Ne parlo con piacere con l’insegnante/artista e formatore Massimiliano Ferragina. A lui mi lega una forte amicizia costruita nel tempo, consolidata grazie ad un comune percorso di studi per un Master in Pedagogia Religiosa. Testimone privilegiata di molti suoi successi artistici, nel tempo, ho avuto modo di apprezzare personalmente la sua capacità di dar voce, spazio e colore ai nuovi linguaggi dell’arte contemporanea. Lasciamoci provocare e scuotere dalla sua “ricerca pittorica e spirituale”. Il suo slancio artistico conquisterà anche voi .

Massimiliano, l’arte contemporanea incontra l’esperienza di ricerca religiosa dei ragazzi d’oggi?

Intanto grazie per questa vostra attenzione.

L’arte è sempre apertura all’infinito! L’arte contemporanea, ovvero del nostro tempo, indaga con molteplici linguaggi i grandi temi che accompagnano l’uomo e la donna da sempre. Sono linguaggi che divergono da quelli classici che per formazione ci vengono tramandati, sono linguaggi nuovi, arte digitale, installazioni, performance, fotografia, astrazione, per citarne alcuni, ma sono linguaggi che i ragazzi immediatamente colgono. Mi capita spesso nelle mie lezioni, o alle mie mostre di interrogare i ragazzi su opere di artisti contemporanei oppure anche su opere mie, e tutte le volte rimango sorpreso dal fatto che immediatamente si arriva a Dio, al suo mistero, al suo amore per l’uomo, al legame stretto con il mondo che ci circonda, al senso della fede e del credere oggi. Credo di sì! L’arte contemporanea, quella fuori dai circuiti del “fenomeno” o dalla semplice provocazione fine a se stessa, quella che esprime l’inquietudine dell’Essere, avvicina, accompagna, stimola, interpella le coscienze e quindi apre il cuore e la mente alla dimensione religiosa, seppur, ripeto, con linguaggi del tutto nuovi. Forse ancora inaccessibili per molti. Ma questo sarà il futuro dell’arte sacra.

Il linguaggio dell’arte contemporanea come può indicarci una nuova via di comunicazione e di annuncio del Vangelo?

Molti artisti contemporanei, me compreso ovviamente, lavorano su temi profondamente radicati nel testo biblico ed evangelico. Forse non vengono notati o forse hanno un pubblico che non è di massa ma esistono tante realtà in Italia e non solo, come i musei diocesani per esempio che si sono attivati ad intercettare questi artisti e realizzare con loro opere, progetti, laboratori finalizzati all’annuncio del messaggio evangelico. Potremmo dire che esiste una forma di arte contemporanea sacra che viene utilizzata per diffondere il vangelo e la sua bellezza. Nella mia esperienza di artista e insegnante e anche formatore in ambienti ecclesiali, posso testimoniare che i workshop di pittura emozionale biblica, ideati da me appunto, sono sempre momenti dove la parola e la sua bellezza, passando dalle mani, con attività pittoriche concrete, e con focus su artisti e opere ispirati dal Vangelo diventano esegesi viva, entusiasmante, linfa nuova per accostarsi ai testi senza essere noiosi, ridondanti, o peggio distanti dal vissuto. L’arte contemporanea possiede codici nuovi che se utilizzati sapientemente e con convinzione veicolano contenuti evangelici altrimenti difficili da affrontare o comunque senza suscitare quello “stupore” che porta ad innamorarsi dell’Amore.

Il cromatismo delle tue opere è appassionante, ma come può il colore interpretare e suscitare un’esperienza religiosa?

Ti ringrazio per questa domanda, il colore è proprio il mio timbro, o meglio, l’utilizzo simbolico che faccio del colore nelle mie opere è il mio segno distintivo. Il colore è luce. La luce è la prima cosa che Dio crea nel racconto biblico della creazione. Il colore è qualcosa di primitivo, primordiale, emoziona, provoca in noi reazioni visive e d emotive. Gli studi sul colore e la percezione di esso sono innumerevoli e dimostrati. Nella mia ricerca artistico pittorica il colore è soggetto e allo stesso tempo. Mi piace lasciare che lo spettatore si senta avvolto dal mio blu cobalto o si senta interiormente provato dal mio rosso permanente chiaro, o che veda nel mio giallo primario un bisogno di luce innato, perché non siamo stati fatti per le tenebre. Ecco! Riuscire a coinvolgere emotivamente solo con la potenza cromatica dei primari, rievocare ricordi, incontri, vita vissuta, pensieri, è già esperienza religiosa. Religioso non è solamente aderire ad una fede e praticarla, religioso è sentirsi parte e protagonista di una volontà superiore alla nostra, sentirsi di appartenere ad un “cuore divino” col nostro piccolo “cuore umano”. Beh! Se il colore predispone a queste interpretazioni non è solo bravura o fascino dell’artista ma è soprattutto forza propulsiva che l’uso sapiente del colore riesce a suscitare.

Il catechista che utilizza l’arte contemporanea come strumento riveste quella dimensione profetica della quale tu tanto parli?

Magari ce ne fossero tanti! Sicuramente! Nessuno meglio del catechista può arrivare a toccare corde della dimensione religiosa, del ragazzo o ragazza, che si sta formando alla scuola della fede. Il catechista che utilizza l’arte contemporanea parla la lingua di oggi, la lingua del tempo. Parla la stessa lingua dei bambini o ragazzi che gli vengono affidati, e loro sentono che oltre la trasmissione della formula di fede, o delle preghiere, passa anche un “soffio” speciale, quello della libertà dello Spirito che ha soffiato sull’artista, lo ha ispirato appunto, e poi è volato sul catechista che trasforma in bellezza della fede quella ispirazione. A volte non serve nemmeno spiegare più di tanto un’opera contemporanea, basterebbe lanciare parole chiave e lasciarsi sorprendere dalla restituzione dei ragazzi, perché lo Spirito profetico parla anche al loro cuore. Il catechista che si fa portavoce e testimone di una fede bella, ricca, aperta, certamente è profeta, è uomo e donna di Dio. Profeta appunto. Serve coraggio, dei nostri parroci, responsabili, serve investire in formazione, preparare alla competenza, serve crederci innanzitutto, artisti disponibili a collaborare non mancano. Me compreso ovviamente!

Arte, emozione, spiritualità: mostraci una tua opera…

L’opera che ho scelto di commentare e meditare per il vostro sito parrocchiale, riguarda proprio la vita di un pubblicano, anzi la vita di Matteo il pubblicano. San Matteo. L’opera è un’opera di arte contemporanea, la sua realizzazione risale al 2016. Matteo ha la fortuna/sfortuna di fare questo mestiere in Galilea, nella città di Cafarnao. Si trova al centro dell’attenzione, ogni giorno è preso di mira dai pregiudizi, si dice che i pubblicani rubassero dalle tasse, Matteo col suo banchetto in piazza, all’aperto è davvero molto esposto. Non immagina l’incontro che sta per realizzare. Non ha idea di quale Bellezza lo interpellerà. L’opera che stiamo analizzando non raffigura Matteo come lo abbiamo descritto, non serve, è stato già fatto da grandissimi artisti. L’opera cerca di raffigurare la sagoma di Matteo, la sua ombra, la sua linea corporea, il suo essere fondamentale. Nella sezione bassa intravediamo questa linea nera frettolosa che traccia la sagoma di Matteo. E’ una sagoma di uomo, di schiena, che volta le spalle allo spettatore, al suo pubblico, alla sua gente che lo odiava per pregiudizio o a ragion veduta. La sagoma è china su sé stessa, curva, chiusa in sé stessa, denuncia la chiusura alla libertà derivante dalla verità, nell’uomo antico come in quello contemporaneo. Matteo pur essendo vissuto al tempo di Gesù è ancora vivo e contemporaneo in tutti quei ragazzi che vivono la sua condizione. Il mancato incontro con la vera Bellezza che libera l’essere. Un essere che fino a quel momento è rimasto chiuso e arroccato sul possesso, sul piacere che si compra, sulla fame di consumare e la sete di apparire. La sagoma da sinistra appare piccola, immersa nel nero che dal fondo si erge come la pesantezza della colpa che ci tiene ancorati alla terra senza avere la capacità e il coraggio di alzare la testa e guardare il cielo. Ma proprio da questo cielo ecco la luce! Uno squarcio di luce bianchissima, una luce materica (nell’opera questa luce è resa con spatolate di stucco acrilico, la tecnica s’ispira all’arte informale che prevede la pittura materica) che inonda il cielo di Matteo, riempie il centro della terra, si staglia al di sopra delle ombre. E’ Cristo che si presenta a Matteo. E’ la luce della Bellezza fatta persona che invade senza essere invadente il luogo dove il giovane pubblicano vive. Gesù appare innanzi a Matteo, aveva appena operato prodigi, la guarigione fisica di un paralitico. Fresco di miracolo Gesù pronuncia a gran voce: seguimi! In alto a sinistra la tela parla. Anzi scrive. Scrive SEGUIMI. Una sola parola, un imperativo del cuore. In quella sola parola tutto la nuova vita di Matteo si nasconde. Seguimi come fidati. Come amami. Come liberati. Come vivi. Come alzati! Chi non vorrebbe sentire questo comando? La tela parla attraverso le parole scritte su di essa. Serve immediatezza. Lo spettatore che osserva deve saper leggere e accedere al messaggio dell’opera. Come abbiamo già detto l’opera serve al contenuto, non lo supera. Quel “seguimi” in alto viene dal cielo e tocca la terra. La terra dove Matteo è ancorato, è fissato, è zavorrato. In una parola un nuovo progetto di vita si fa avanti. E’ Gesù che si fa avanti. Matteo non esita. Giovane coraggioso e desideroso di bellezza. Osservando ancora la tela. I colori del cielo nell’opera sono rosso e blu, i colori del sangue arterioso e del sangue venoso: l’umanità che si fa grande dell’amore di Dio, senza il suo amore saremmo piccoli, saremmo un corpo vuoto, solo un insieme di carne e ossa senza spirito. Matteo da quel giorno ha cominciato a vivere la vera vita con gli occhi traboccanti di bellezza. L’opera utilizza pochissimi elementi nella sua costruzione, nella sua architettura cromatica. Pochi elementi è linguaggio contemporaneo. Rendere il molto col poco. Elementi però altamente simbolici e significativi che “narrati” alle nuove e giovani generazioni risultano attuali e comprensibili. Non servono in un tempo “digitalizzato” grandi manovre narrative per trasmettere un contenuto di fede, servono segni e simboli chiari, netti, rispettosi della verità di fede. “Ogni forma autentica di arte è, a suo modo, una via di accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo” e che “quando è autentica l’arte ha un’intima affinità con il mondo della fede”. L’arte contemporanea a servizio della fede ha il compito urgente, di dare una salutare scossa alla comunità cristiana, perché s’impegni a “discernere l’opera d’arte coerente con la liturgia“, e alla Chiesa, perché “riscopra l’autorevolezza audace di chiedere agli artisti di mettere al servizio della liturgia la loro arte“. L’arte ha la capacità di evangelizzare mostrando la dimensione possibile spirituale dell’umano, mostra la bellezza del mistero. L’arte è pedagogica nel suo comunicare la fede.

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