“Rivoglio la vita di prima”, “Speriamo che torni tutto come prima”, “Quando ritorneremo alla normalità…..” sono le espressioni che più ricorrono sulla bocca, nella testa e nel cuore delle persone in questi giorni, tutti aspettano che questa situazione abbia termine e che si ritorni alla “normalità”. Tutto questo mi ha fatto pensare quanto sia radicato il meccanismo psicologico che si innesca di fronte all’ignoto e al cambiamento: ricercare sicurezza e stabilità nei ritmi di vita che avevamo. È un meccanismo che l’uomo ha elaborato per affrontare i rivolgimenti repentini della vita…..ecco appunto per affrontare i cambiamenti altrimenti questo sfocia in un altro meccanismo, patologico questa volta, quello della coazione a ripetere, col paradosso che la soluzione diventa il problema! Quando si trova una soluzione per affrontare una situazione nuova quella è valida finché permane quella situazione ma nel momento in cui essa cambia la soluzione trovata in precedenza, ripeto valida e buona in quel momento, si rivela problematica e sbagliata perché le contingenze richiedono altre risposte. Se non se ne trovano di nuove allora questo meccanismo porta, dicevo, a quello della coazione a ripetere che si declina anche come arroccamento su posizioni sorpassate ma circondate di venerabilità storica e dipendenza affettiva, come ricorso al piccolo recinto delle proprie abitudini e dei propri privilegi fino ad assumere la forma più subdola definita gattopardismo: Bisogna che tutto cambi affinché tutto resti uguale.

Nemmeno la fede e la vita ecclesiale sfuggono a questa legge e alle sue insidie e papa Francesco in una udienza poco prima di Natale le ha ben fotografate e ce ne ha messo in guardia!

Davanti al mondo chiuso in casa per la pandemia, ad una economia a rischio collasso, al rischio della disperazione e povertà dilagante mi hanno dato da pensare,  e fatto un po’ di tristezza, le richieste di benedizione del ramoscello di ulivo perché “In casa mia non c’è mai mancato e l’ho rinnovato ogni anno”, oppure la bottiglietta con l’acqua di Pasqua perché “L’ho sempre conservata per me in casa da quando ero piccola”, oppure “Non si fa la processione quest’anno del Cristo morto o del tal santo o dell’immagine della Madonna! Ma se è da cinquecento, trecento, cento anni che si è sempre fatta!”……Sì ma per millecinquecento, millesettecento, millenovecento NO! E se la parusia ci sarà tra cinquemila anni, i duemila di cristianesimo vissuti finora sono solo a malapena un terzo! E se si prolungherà secondo i tempi biblici o cosmici i primi duemila anni di cristianesimo sono solo un battito di ciglia, un giorno di mille anni di fronte al Signore!

L’anno scorso di questi giorni riflettevo sulle processioni del venerdì santo, anche quelle di nobile tradizione trasmesse in TV, e considerando il chiacchiericcio continuo durante il loro svolgimento, l’andare in ordine sparso, lo stare sul bordo della strada a guardare magari con un panino con la porchetta in mano, la difficoltà di organizzare la preghiera, le persone che si uniscono e arrivate sotto casa se ne rientrano, mi chiedevo: “Signore, come far diventare tutto questo assembramento un momento di preghiera del tuo popolo, di incontro con te?” Che ciò che stia succedendo in questi giorni sia una risposta eloquente?

Non voglio fare come Adamo ed Eva e avere l’ardire di cogliere il frutto del “conoscere” la risposta ma lasciarmi destabilizzare dagli eventi per entrare nel mistero della visione di Dio sul mondo e sulla storia questo sì, questo è richiesto ad ogni cristiano. E allora le domande alla luce della Parola sorgono spontanee……

Arcabas – Risurrezione

La risurrezione di Gesù è come la rianimazione di Lazzaro? Per questi è stato un tornare alla vita di prima per poi morire di nuovo, invece il ritornare in vita di Gesù non è stata un’esplosione di vita nuova e altra?

La vicenda di Giuda che “consegna”, “tradisce”, Gesù ai sommi sacerdoti e alle istituzioni religiose ben consolidate, credendo di compiere la volontà di Jahwé, perché l’idea di Messia ereditata dalla tradizione ebraica mal si conciliava con la visione propugnata dal suo Maestro, non lo ha portato alla solitudine, alla disperazione e al darsi la morte?

La vita dei discepoli dopo la risurrezione del Signore è stata la stessa? Certo ci hanno provato a riprendere quella di prima tornando alle loro barche e dove erano partiti ma non sono stati sradicati e portati sulle strade del mondo più instabili dell’acqua che avevano sotto lo scafo e trasportati dal vento dello Spirito ancora più ingovernabile di quello che gonfiava le vele delle loro barche?

Il modo di relazionarsi con Gesù Risorto non era allo stesso tempo un toccare/noli me tangere e un essere presenti l’uno nell’altro in modo diverso, più intimo?

E la vita di Paolo, tutta votata alla difesa della fede dei padri, dopo l’incontro così reale e umanamente tragico, segnato da caduta e cecità, con Cristo, non è stata stravolta e riconvertita all’annuncio e alla “difesa” della fede delle genti?

La stessa vita cosmica, con i suoi cataclismi naturali, non è stata letta, dopo la Risurrezione, come le doglie del parto di un nuovo mondo?

“Buona Pasqua” non è magari la traduzione di “Io faccio nuove tutte le cose” e “Niente sarà più come prima”?