In una bella diretta sul suo profilo Instagram la professoressa Michela Marzano, filosofa scrittrice e pubblicista, ha discusso, nel suo spazio Chez Michela il mito della caverna di Platone ripercorrendo le varie letture fattene nel corso del tempo e attualizzandolo ai nostri tempi, sollecitata da alcuni liceali pugliesi, grazie a Dio accadono anche queste cose sui social!

Il mito in sostanza parla di alcuni uomini incatenati in una caverna e costretti a guardare verso l’interno di essa e dalla luce che proviene dall’entrata la vita di fuori viene proiettata come ombre cinesi sulla pareti di fondo della caverna. Gli uomini finché rimangono incatenati e costretti a guardare verso il fondo crederanno che quella sia la realtà ma una volta liberati e avendo la possibilità di uscire dalla caverna scopriranno come stanno veramente le cose.

Questo mito è servito a Platone e ai platonisti per spiegare sia la gnoseologia, l’etica, la metafisica e la politica ma l’impatto più forte e duraturo per il pensiero occidentale, e soprattutto per la fede cristiana, è stata sull’antropologia che ne è derivata.

L’uomo viene visto come un essere dualistico composto di anima e corpo e solo quando egli si libera del corpo (la caverna) la vera essenza dell’uomo, l’anima, riesce a conoscere la verità (la vita luminosa fuori della spelonca).

Molti scommetterebbero che questa sia anche la concezione antropologica biblica ma non è così. Secondo la Scrittura l’uomo è un essere vivente (non un composto) che vive su tre dimensioni: quella della Bashar (carne) che qualifica tutto l’uomo nella sua caducità e debolezza in relazione con il mondo esterno; quella della Nefesh (anima) che considera tutto l’uomo in relazione con se stesso, la propria interiorità; e quella della Ruach (spirito) che esprime tutto l’uomo nel suo essere relazionato a Dio. Essendo queste dimensioni interdipendenti esse simultaneamente partecipano l’una delle altre: un mal di testa rende difficile o impossibile la preghiera e una preoccupazione o un pensiero malato modificano il corpo; una unione intima e costante con Dio trasfigura la propria interiorità e anche il proprio corpo. L’uomo dunque nella sua vera essenza è un nodo di relazioni come lo è lo stesso Dio, rivelato Tri-unitario, nel Secondo Testamento.

Perché allora il nostro modo religioso di pensare l’uomo è più platonico che biblico? Semplificando al massimo la causa è la reinterpretazione culturale greca del mistero cristiano. Già i LXX  ma soprattutto Paolo avevano tradotto bashar con sarx o anche soma,  nephesh con psyché e ruach con pneuma ma siccome l’antropologia greca era dualistica e l’interiorità era equiparata allo spirito, quest’ultimo e l’anima sono diventati interscambiabili quindi i LXX e Paolo pensavano semitico e parlavano greco e i greci leggevano e ascoltavano greco e capivano….. greco! La capacità teoretica e retorica di Agostino, neoplatonico, ha compiuto il resto. S. Tommaso ha provato a riequilibrare il tutto reinterpretando il mistero cristiano con l’aristotelismo ma al fondo la matrice del pensiero era quella. Mi rendo conto che sto semplificando molto, sono millenni di storia filosofica e teologica ma ciò basta a illustrare quanto sia cruciale interpretare e reinterpretare il mistero cristiano per renderlo attuale e sempre più comprensibile e come ogni interpretazione sia parziale, anche quella formulata da Gesù stesso in quanto uomo semita del suo tempo.

Il mistero è inesprimibile e ogni tentativo di dirlo è un tentativo parziale perché costretto nei limiti culturali, linguistici e naturali delle persone. La percezione della verità non può avvenire che da una prospettiva determinata e quindi da un esserci nella realtà e da un esserci con la completezza del proprio essere, quindi anche nel proprio corpo perché come ribadisce Michela Marzano, con le parole della poetessa polacca Wislawa Szimborska, esso “c’è, c’è, e c’è” e, biblicamente detto, la dimensione corporea mette in condizione di essere in relazione col mondo e con gli altri e in questa relazione, in questo esserci, pur da una prospettiva parziale, relaziona all’Altro e fa accadere la Verità.

Quando la costruzione della verità, derivata da questo esserci, diventa un muro, una fortezza, una caverna allora dobbiamo cercare quelle crepe, quelle fratture, quelle ferite che ci permettono di ricordare che il mistero è più grande e che la nostra percezione e comprensione della realtà e della verità è fragile e debole come la nostra condizione. Cristo proclama di essere la Verità e la Via e dunque possiamo affermare che le ferite e gli squarci del suo corpo, che rimangono anche nella sua condizione di risorto e che egli invita a toccare, sono le vie per accedere e andare oltre nel mistero divino che ci trasforma. È nella relazione con lui che incontriamo nel fratello che noi troviamo salvezza, è in quell’invito ad amarsi di un amore di cui egli è modello, e i segni della passione testimonianza, che noi abbiamo esperienza della sua presenza. In termini “marziani”, della filosofa Marzano intendo, cristianamente incontriamo la Verità in un corpo fragile, ferito, segnato dal dolore ma attraverso quelle fragilità entriamo in relazione col mistero di amore che lo trasfigura e che si dischiude a noi in quella “frattura” del pane di cui è segno e che ci fa comprendere che l’amore è tutto ed è tutto quello che ci serve e possiamo sapere sull’amore.