Debbo confessare un istintivo senso di sorpresa per la ricorrente lamentela “non so proprio perché mi confesso, ricado sempre negli stessi peccati”. C’è spesso, dietro questa “confessione” l’illusione di poterci sottrarre una volta per tutte e per sempre all’esperienza della colpa e al bisogno del perdono (ma talora c’è semplicemente il banale conflitto fra la coscienza della inutilità di ciò che si sta per fare e il timore magico di conseguenze peggiori che la sua omissione ci attirerebbe).

Con il gesto di inginocchiarci davanti all’altare (uso questo eufemismo, per sottrarre almeno il suo senso al malinconico squallore della pratica corrente, plasmata dall’abitudine alla penombra di luoghi minimamente all’altezza della sua importanza), o con quello con il quale chiediamo al sacerdote l’unzione nel momento della sofferenza e della malattia (ma più spesso ancora sono altri a chiederlo per noi, preferibilmente quando noi non siamo più in grado di farlo) noi riconosciamo davanti a Dio e agli uomini anzitutto questo: che non siamo all’altezza. Ed è certo la cosa decisiva.

In questo modo noi compiamo un essenziale atto di fede: che ha la forma di una luminosa celebrazione della benedizione con la quale Dio accompagna la nostra fallibile vita. L’atto di fede qui significa questo: “Signore, io sono fermamente e profondamente persuaso di non essere all’altezza della fatica, del coraggio e della tenacia che la lotta contro il male mi chiede, in tutte le sue forme. Ma so che è giusto farlo, è bene per me farlo, desidero con tutte le mie forze riuscire a farlo. So che non sono all’altezza, ma lo desidero con tutte le mie forze: e non mi arrendo. Ecco perché ho bisogno di Te: non semplicemente perché ho fatto del male e adesso ne ho paura, né perché sono malato, e pure ho timore. ma perché, pur essendo colpevole e pieno di paura, io desidero lottare contro il male: non desidero lasciargli l’iniziativa, non voglio accondiscendere al suo intento di rendere vano ogni affetto, ogni tenerezza, ogni giustizia cercata, ogni benedizione ricevuta. Per pura fiducia nella tua Parola, io intendo privare l’esperienza maligna del vivere della soddisfazione di poter dire (attraverso la bocca di molti che vivono con me): ‘ho persuaso anche questo essere umano che la vita, in realtà, è miserabile cosa, indegna di essere vissuta; e che meglio sarebbe stato, almeno, strapparle con forza e ad ogni costo i pochi bene che che essa riserva: anche prevaricando su ogni innocenza e violando ogni presunta dignità dell’esistere, propria o altrui’. Io credo invece fermamente che la vita meriti di essere vissuta come una benedizione: non mi rammarico di avevi creduto, ma solo di non averlo fatto nel modo giusto. Non mi pento di aver voluto bene: neppure quando mi sono preso cura di uomini e donne che ora mi sono nemici. Né di aver stabilito legami che ora si indeboliscono con persone che non avrei mai voluto lasciare. Né di aver cercato cose buone per me e per gli altri, anche senza trovarle. Non sono mortificato degli slanci della mia fede e della mia speranza: ma semmai della facilità della mia rassegnazione e della mia mediocrità. Non è della mia debolezza che mi dispiaccio: è del facile affetto che nutro per essa, quando mi compiaccio di ritenerla un titolo di credito per la mia presunzione di essere umile”.

Ecco quale deve essere il contesto in cui si colloca il gesto sacramentale nel quale chiediamo al Signore di sostenere il momento della sincerità con noi stessi. La nostra certezza di non essere all’altezza e il nostro fondato timore di non farcela – a motivo delle nostre colpe e delle nostre malattie – si trasforma in atto di fede, per pura grazia di Dio.

Pierangelo Sequeri, Ma cos’è questo per tanta gente?