Dio non si arrende con facilità. Non si piega a ogni evento. Non acconsente a una preghiera qualsiasi. Non perché ci siano preghiere buone e preghiere cattive, le une pie, sagge, secondo le norme e le altre folli, irragionevoli, eterodosse… Ci sono solamente quelle nelle quali l’uomo si impegna a fondo, totalmente, senza riserve e le preghiere invece che si “dicono”, che sono ardenti di un’altra passione che quella di Gesù Cristo, quelle rituali, quelle formaliste…

La lotta con Dio implica l’impegno di colui che prega. E senza dubbio noi ritroviamo qui l’idea che colui che prega deve fare ciò che domanda. Accetti che Dio lo invii a fare ciò che egli domanda! Ma questo non è l’aspetto principale dell’impegno: è il secondo, come amare il prossimo è il secondo comandamento. Il primo è l’impegno con, per ma anche, se necessario, contro Dio. Non ci si può mettere da parte, non si può pretendere di essere al riparo dall’avventura nella quale si chiede a Dio di mettersi totalmente.

La preghiera di Abramo va fino al limite della contrattazione, della discussione, dello sconfinamento stesso della decisione di Dio. La preghiera di Giacobbe mette la totalità delle sue forze in questa lotta: “Io non ti lascerò andare”. Quale ostinazione, quale violenza… il regno dei cieli infatti è per i violenti che se ne impadroniranno (cf. Mt 11,12) – e non stiamo parlando di una “violenza santa” né diamo al nome santo il significato di pio, gentile e rispettoso. Si tratta di una violenza estrema e sacrilega. Ma questa violenza non è gradita a Dio che nel caso in cui colui che la pratica sia pronto lui stesso a subirne il colpo di ritorno. Della preghiera che rivolge a Dio, se Dio la riceve, proprio l’uomo che prega ne subirà le conseguenze per primo. Abramo dovrà accettare il sacrificio di suo figlio come risposta alla preghiera per Sodoma. Giacobbe sarà colpito all’anca e resterà zoppo. Ma l’aspetto più consueto sarà la decisione di Dio di far lavorare colui che ha gridato verso di lui. Tuttavia stiamo attenti, il modello non è semplice. Non si ha unicamente: “Io ti prego perché gli affamati abbiano del pane; io devo dare loro del pane oppure: io devo lottare contro l’ingiustizia sociale…”, perché la decisione di Dio spesso non corrisponde alla preghiera fatta e il suo esaudimento non è quello sperato. Quando Elia domanda nel deserto: “Ne ho abbastanza, fammi morire”. Dio risponde. “Ritorna verso questo popolo e ricomincia il tuo lavoro”.

Quando Giona accetta di pagare con la sua vita la sua disobbedienza, Dio lo rimprovera per fargli fare ciò che bisognava facesse. Colui che combatte con Dio nella preghiera ha messo in gioco tutta la sua vita. Di conseguenza, sul punto di perdere la sua vita egli non può fare altro che accettare la decisione che lo invia altrove; là dove Dio giudica sia meglio.

In questa lotta in cui l’uomo non ha nessuna riserva cui ricorrere anche Dio ha voluto essere senza riserva alcuna. E se Dio ha già dato tutto in suo Figlio, attende allora che nella preghiera l’uomo a sua volta lo prenda totalmente sul serio e si comporti in modo serio. Chi entra in questa lotta con Dio deve sapere che una volta iniziato il combattimento egli non può più arrestarsi. Bisogna andare fino in fondo.

Jacques Ellul, L’impossible prière.