Capita spesso che ospiti a casa mia qualche amico durante le vacanze di Pasqua. la primavera in Sardegna è la stagione più amabile: la campagna campidanese è tutta verde e il clima è già mite e piacevole anche quando altrove si continuano a patire le code stizzose degli ultimi freddi. Ma soprattutto c’è l’attrattiva delle celebrazioni pasquali e dei riti tradizionali della settimana santa, occasioni indubbiamente ricche di significato per le persone di fede, ma capaci di offrire suggestive provocazioni anche ai non credenti curiosi. Tra il giovedì santo e la domenica di Pasqua c’è l’imbarazzo della scelta: dal dramma del dolore e della truculenza rappresentati dalle paraliturgie de s’incravamentu e de s’iscravamentu (inchiodamento e schiodamento) – pantomime rispettivamente della crocifissione e della deposizione nel sepolcro – si passa all’acme della mattina della Risurrezione, quando in pubblica piazza, tra spari di mortaretti e tripudio di banda musicale, avviene lo psicodramma collettivo de s’incuntru, l’appuntamento tra la statua di Gesù risorto e quella di sua madre Maria. Il momento in cui i miei ospiti, credenti o meno che siano, manifestano tutti lo stesso sbalordimento.

Nei Vangeli non c’è infatti scritto da nessuna parte che Cristo dopo la Risurrezione abbia incontrato sua madre. Ha visto per prima Maria di Magdala, ha fatto un pezzo di strada con i discepoli di Emmaus, ha mangiato pesce arrosto con gli apostoli sul lago di Tiberiade, ma la Scrittura non serba memoria di un incontro con Maria. Si può certo trovare plausibile che ci sia stato, ma gli evangelisti non devono averlo considerato rilevante, dato che nessuno di loro si è sentito in obbligo di riferircelo. Come è possibile dunque che venga offerta alla fantasia popolare la rappresentazione paraliturgica di un fatto che non ha il minimo riscontro evangelico? Come è possibile che questa rappresentazione avvenga in forma solenne, quasi un apice liturgico, proprio nel giorno di Pasqua?

La spiegazione va cercata nella sensibilità popolare alla quale deve essere sembrata inaccettabile la prospettiva che un qualunque figlio – tanto più il Figlio per eccellenza – tornando dalla morte non si recasse immediatamente a consolare la sua povera madre. Non stupisce quindi che la gente comune abbia fatto fieramente proprio il rito de s’incuntru, nonostante faccia parte dell’eredità lasciata in Sardegna dalla pesante dominazione spagnola. Le due processioni, quella con il Cristo risorto e vittorioso e quella con sua madre in gramaglie, procedono per vie diverse in tutti i paesi dell’isola, fino ad incrociarsi in una piazza dove il Risorto toglie il velo nero dal volto di Maria che, finalmente radiosa e felice, procede al suo fianco come una regina madre il giorno dell’incoronazione del figlio, seguita da una grande processione di fedeli soddisfatti dalla catartica riunione familiare. La scena, non essendo attestata evangelicamente, non aggiunge nulla a quello che sappiamo di Maria, ma dice invece moltissimo dell’idea del rapporto con la morte che viene suggerito a ogni donna: giustificare la propria presenza sociale dentro l’assenza di un altro, logica conseguenza di un rapporto sussidiario che solo il ritorno dell’assente – o la celebrazione perpetua della sua memoria – può mantenere in essere.

Michela Murgia, Ave Mary.