“Perché temete, uomini di poca fede?” (Mt 8,26). C’è il Signore sulla barca dei discepoli, ma la tempesta non risparmia la barca. Viene da pensare che la tempesta si accanisca contro la barca appunto perché “il Signore è entrato nella barca”. (…)

La presenza del Signore non é una promessa d’esenzione, ma la certezza che tutto finirà bene, qualunque sia la vicenda. Tutto concorre al bene… (Rm 8,28). Se esigo una vita tranquilla perché ho con me il Signore, non so neanche quel che mi dico.

La nostra religione non ci sottrae alla condizione umana, né ci garantisce l’immunità da qualsiasi prova di corpo e anima: anzi, poiché ci salda in una più vera e profonda umanità, ci getta ove la corrente è più forte, quindi in maggiori e squisite tribolazioni. Si deve aver paura non quando siamo legati alla croce, ma quando ne siamo sciolti e ci pare di star bene. Invece, perché siamo uomini di poca fede, ci allarmiamo appena le onde s’increspano e la barca sbanda. Non la bonaccia, ma la tempesta è il tempo del cristiano: non la sanità, ma la malattia: non il successo ma le persecuzioni. (…)

Il patteggiare, per avere un po’ di bonaccia, non è dello stile del cristiano, il quale comporta o l’appello pressante e perfino sgarbato al Maestro che dorme, oppure il remare duro e silenzioso per tener fronte alla tempesta, in nome di colui, che, pur essendo addormentato, resta con noi e ci assicura, con la sua sola presenza, che alla fine la vittoria sarà di chi ha creduto e sperato lavorando col Signore.

Non sono molte le epoche in cui i cristiani raggiunsero collettivamente l’eccellenza di quest’ultimo atteggiamento.

Anche adesso ci arrivano solo poche anime elette, che sanno, per grazia, misurare le divine resistenze del bene.

La maggior parte di noi resta al livello del cristiano mediocre, che, spaventato, si mette a gridare: “Signore, salvaci, siamo perduti!” (Mt 8,25).

Il che non è un male, perché la preghiera più confidenziale ed esigente non è mai un peccato: perché lo stesso che si è addormentato sulla barca, conosce la nostra stanchezza e la compatisce: perché l’opera viene compiuta da lui, sia che agisca sugli elementi, sia che agisca sul nostro animo: perché anche questo volto sfiduciato e urlante è il nostro volto, il volto dell’uomo.

Però, è bene che tu, Signore, ci rimproveri come gente di poca fede e di troppa paura, e ci costringa ad ammirare con stupore quei mutamenti salutari che tu compi nel mondo senza di noi o contro di noi.

Fra qualche anno, questa cristianità spaurita e lamentosa alzerà il suo grido di meraviglia davanti alla salvezza che il Signore sta compiendo in questi momenti, poiché a lui obbediscono anche le più grosse tempeste della storia e gli orgogli più sfrenati delle nazioni.

” Che uomo è mai questo, che anche i venti e i mari gli ubbidiscono?” (Mt 8,27).

Primo Mazzolari, La parola che non passa.