Se vogliamo cogliere il significato della solitudine, dobbiamo innanzitutto smascherare i modani cui l’idea di solitudine è stata distorta dal nostro mondo. Ci diciamo a vicenda che occorre un po’ di solitudine nelle nostre vite. Quello a cui ci riferiamo in questo caso è un tempo e un luogo tutto per noi, in cui non siamo importunati dagli altri, possiamo sviluppare i nostri pensieri, esprimere le nostre insoddisfazioni, in una parola fare le nostre cose, quali che siano. Come dire che per noi solitudine significa il più delle volte “privacy”. E giungiamo all’ambigua conclusione che la solitudine è un diritto di tutti. Essa si pone così come una proprietà spirituale, per la quale possiamo concorrere al libero mercato dei beni spirituali. Ma c’è di più. Pensiamo alla solitudine come a una stazione di servizio dove possiamo ricaricare le nostre batterie o anche come all’angolo del ring dove le nostre ferite sono lenite, i nostri muscoli massaggiati e il nostro coraggio rinvigorito con slogan di circostanza. In breve, concepiamo la solitudine come il posto in cui raccogliamo le nuove forze per continuare a sostenere la competizione della vita. Ma questa non è la solitudine di Giovanni Battista, di Antonio, di Benedetto… La solitudine non è un luogo terapeutico privato. Piuttosto, è il luogo della conversione, il luogo dove il vecchio io muore, il luogo dove si verifica la comparsa del nuovo uomo e della nuova donna.

Come possiamo ottenere un’intelligenza più chiara della solitudine trasformante? Cercherò di descrivere con maggiori particolari la lotta nonché l’incontro che si verificano nella solitudine così intesa.

Comincerò col dire che nella solitudine sono liberato dalle mie impalcature: solo con me stesso, nudo, vulnerabile, debole, peccatore, miserabile, crollante, nient’altro. E’ questo nulla che devo affrontare nella mia solitudine: un nulla così terribile che tutto in me preme perché corra dai miei amici, al mio lavoro, alle mie distrazioni, in maniera da poterlo dimenticare, questo nulla, e indurmi a credere che sono degno di qualcosa. Ma non è tutto. Non appena decido di stare in solitudine, idee confusionarie, immagini conturbanti, fantasie disordinate, e associazioni strambe balzano nella mia mente come scimmie su un banano. L’ira e la cupidigia prendono a mostrare i loro volti minacciosi. Compaiono discorsi ostili verso i miei nemici e sogni cupidi in cui sono ricco, attraente e importante, oppure povero, sgradevole e bisognoso d’immediata consolazione. Così, tento nuovamente di sottrarmi all’oscuro abisso del mio nulla e di restaurare il mio falso io in tutta la sua vanagloria.

Il mio compito è di perseverare nella solitudine, di stare nella mia cella finché tutti i miei seducenti visitatori si siano stancati di battere alla mia porta e decidano di lasciarmi solo.

La lotta è reale perché il pericolo è reale: il pericolo di vivere tutta la nostra vita come una continua difesa contro la realtà della nostra condizione, come un inquieto sforzo di convincere noi stessi della nostra virtù. Eppure Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (cf. Mt 9,13).

Questa è la lotta: la lotta per morire al falso io. Essa però è al di là, molto al di là delle nostre forze. Chiunque pretenda di combattere i suoi demoni con le sue armi è un folle. La sapienza del deserto sta nella constatazione che il confronto con il nostro spaventoso nulla ci sospinge ad arrenderci totalmente e incondizionatamente al Signore. Soli, non possiamo scagliarci contro il “mistero di iniquità” impunemente. Unicamente Cristo può sopraffare le potenze del male. Unicamente in lui e per lui possiamo sopravvivere alle prove della nostra solitudine.

Henri J M Nouwen, Silenzio, solitudine, preghiera

Foto: Rita dell’Aquila