Cristo, nella sua accettazione della condizione umana, si è identificato con noi, non solo nella nostra stabilità, ma anche nella nostra fragilità e nella nostra miseria. Sì, egli ha fatto la fame con noi. Fu messo al mondo, rifiutato, non c’era posto per lui tranne che in una mangiatoia fuori della società dell’uomo. Si trovò immerso nel delitto dal giorno della sua nascita. È stato stanco, abbandonato, solo, odiato, disprezzato, e così via; anche questo è vero. Ha accettato la compagnia di gente che altri rifiutavano: i peccatori, coloro che erano disprezzati. È vero anche questo. Ma c’è qualcosa di più nel suo modo di voler essere solidale con noi, e qualcosa di molto più importante. Egli accetta di essere solidale con noi nella morte. Naturalmente si può dire: ha scelto di diventare uomo, per questo doveva morire. (…)

San Massimo il Confessore sottolinea il fatto che al momento della concezione, al momento della sua nascita Cristo nella sua umanità non aveva parte nella morte, perché la sua umanità era pervasa dalla vita eterna della sua divinità. Egli non poteva morire. Non è allegoria o metafora ciò che nella chiesa ortodossa si canta nel giovedì della settimana santa: “O Vita eterna, come puoi morire; o Luce, come puoi venire estinta?”. (…)

Quando Cristo disse: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46), stava pronunciando, gridando le parole di una umanità che aveva perso Dio, e prendeva parte proprio a ciò che costituisce l’unica tragedia dell’umanità. Tutto il resto ne è conseguenza. La perdita di Dio è morte, è infelicità, è fame, è divisione. Tutta la tragedia dell’uomo riassunta in una frase: “Mancanza di Dio”. Ed egli partecipa alla nostra mancanza di Dio non nel senso in cui rifiutiamo Dio e non lo conosciamo, ma in modo più tragico nel senso in cui uno può perdere ciò che uno ha di più caro, di più santo, di più prezioso, di più essenziale per la sua vita e la sua anima. (…)

L’inferno dell’antico testamento è qualcosa di infinitamente orribile; è il luogo dove non c’è Dio. È il luogo dell’abbandono finale. È il luogo dove uno continua a vivere e di vita non ne è rimasta. E quando diciamo che è disceso all’inferno intendiamo dire che avendo accettato la perdita di Dio, avendo accettato di essere uno di noi nell’unica grande tragedia, egli ne accettò anche le conseguenze andando nel luogo dove Dio non c’è, nel luogo dell’abbandono definitivo. E laggiù, come dice l’antico inno, le porte dell’inferno si aprono per ricevere lui che, mai vinto sulla terra, è ora conquistato, è un prigioniero. Ed esse ricevono questo uomo che ha accettato la morte in una umanità immortale e ha accettato la mancanza di Dio senza peccato, e si trovano di fronte alla presenza divina perché egli è uomo e Dio. E l’inferno è distrutto: non sussiste un luogo dove Dio non c’è. L’antico canto profetico è avverato: “Dove fuggirò dal tuo volto? Il cielo è il tuo trono, anche nell’inferno (secondo l’ebraico: il luogo dove tu non sei) ci sei” [Sal 138 (139), 7-8]. Questa è la misura della solidarietà di Cristo con noi, della sua disponibilità ad identificarsi non solo con la nostra miseria, ma anche con la nostra mancanza di Dio. Pensando a questo si può capire che non c’è un ateo sulla terra che sia precipitato tanto in fondo alla mancanza di Dio quanto il Figlio di Dio, divenuto Figlio dell’uomo, è precipitato. Egli è l’unico a sapere cosa significa essere senza Dio e morirne.

Questo ha delle conseguenze nel nostro atteggiamento verso la gente che ci sta accanto. Se ciò che sono andato dicendo è vero, e io lo credo con tutto me stesso, allora non c’è nulla di umano, compresa la perdita di Dio, compresa la morte a seguito della perdita di Dio, compresa tutta l’angoscia del Getsemani, nulla che sia l’attesa di questo orrore degli orrori, che sia estraneo a Cristo e fuori dal mistero di Cristo.

Anthony Bloom, Dio e l’uomo.