Per buttarsi tra le braccia del Padre, l’unica condizione richiesta è di buttarsi senza condizione. È una resa a discrezione dell’amore, che si compie da ambedue le parti.

Non ci sono che le preghiere pensate fuori da ogni passione che riescono a distinguere, numerare, misurare.

Ma se il cuore mi scoppia dentro, se io muoio di fame, mi alzo quale sono, mi metto in strada e cammino come posso, e non mi accorgo che son vestito da pezzente, che non so più parlare, che non ho più voglia di ragionare.

E quando incontro il Padre, invece di parlargli garbatamente, come impongono certi galatei ascetici, gli dico di me il buono e il gramo.

Dio mi riceve quale sono, non mi mette alla porta perché sono arrivato fuori orario, mi ascolta fino in fondo, per quanto strano e scomposto sia il mio discorso.

Per credere che egli può tutto, e che mi vuol bene, non è necessario che faccia quanto gli chiedo, e come glielo chiedo.

Il Padre mi ascolta sempre, ma mi esaudisce nel senso indicato dalla mia domanda solo quando il Figlio, che da valore coi suoi meriti alla mia domanda, può far sua la mia preghiera e ripeterla come sua davanti al Padre.

Cristo fa sua la mia preghiera quando essa non toglie nulla al bene comune. Se egli può assumere il mio grido, questo mio povero grido entra nel disegno provvidenziale di Dio, che si mette a mio servizio, pur restando a servizio di tutti.

Se non fosse così, noi potremmo credere di aver Dio dalla nostra parte solo perché lo chiamiamo più forte, solo perché i nostri riti propiziatori sono più numerosi e fastosi.

Primo Mazzolari, La parola che non passa.