Questa convinzione (la madre di Gesù in realtà non è mai morta) non dipende dal fatto che nel Nuovo testamento non c’è scritto che lo sia; neanche la morte di san Giuseppe è raccontata nei Vangeli, ma per lui non si è sentito il bisogno di inventare dogmi e narrazioni suppletive. Piuttosto una sensibilità dello spirito religioso popolare: passi la morte di Cristo, che era necessaria al nostro riscatto, ma che anche Maria debba morire è cosa che il devoto nei secoli non ha mai potuto immaginare. Sulla morte di Maria è calato da tempo un velo di nebbia anche dal punto di vista dottrinale. Da un lato la teologia non ha mai negato che la madre di Cristo fosse defunta, e del resto se è morto Gesù perché non sarebbe dovuta morire Maria? Ma dall’altro i predicatori e i pastori si son sempre guardati dall’offendere la sensibilità popolare rilasciando una troppo esplicita certificazione di decesso.

Dalla concezione immacolata fino alla nascita, dall’annunciazione fino all’assunzione, sul calendario gregoriano esiste una ricorrenza liturgica per ogni momento della vita di Maria tranne che per la sua morte; persino il dogma che ne sancisce l’assunzione al cielo, avvenuta senza dubbio post mortem, non dice mai esplicitamente che la Madonna è deceduta, preferendo affermare con prudenza che l’assunzione ebbe luogo solo dopo che “ebbe terminato il corso della sua vita terrena”. Comunque la si voglia presentare, Maria per il cattolicesimo risulta, più che morta, diversamente viva.

Sebbene la tradizione popolare posizioni la presunta tomba di Maria a Gerusalemme, le agenzie specializzate di turismo religioso la inseriscono tra le mete facoltative nei tour devozionali. Non è tanto la non storicità il motivo del disinteresse – altrove prosperano culti di ben più imbarazzante infondatezza – quanto la scarsa attenzione verso un luogo dove, almeno nella percezione dei fedeli cattolici, Maria di Nazareth non è in realtà mai stata seppellita.

Per i cristiani ortodossi la questione è se possibile ancora più radicale, perché della teorizzazione della non morte della madre di Gesù sono state proprio le Chiese d’Oriente a dare la poetica definizione di Dormitio Mariae, assimilando lo stato di morte al massimo grado di passività che sia possibile raggiungere restando in vita: il sonno. Per questo anche in Italia tutti i territori che sono stati a lungo sotto l’influenza bizantina venerano la madonna Assunta in posizione orizzontale, dormiente, incoronata come una regina e distesa su un letto sontuoso vegliato discretamente da angeli oranti.

La sensibilità popolare ha idee molto chiare in merito allo stato di questa particolare tipologia di bella addormentata. Nel mio paese d’origine, dove la chiesa patronale è dedicata proprio a questa specifica raffigurazione dell’Assunta, la preghiera popolare afferma senza tentennamenti che “morta no, ma se dormìda, santamente riposende”. Dormìda, cioè addormentata.

Non esistono raffigurazioni artistiche di Maria morta che abbiano mai avuto qualche fortuna popolare. Quando Caravaggio provò a rompere il tabù, dipingendo il capolavoro Morte della Vergine, che la leggenda vuole ispirato al corpo esanime di una prostituta annegata nel Tevere, si vide rimandare indietro l’opera dai frati committenti, offesi dal realismo blasfemo di quel corpo gonfio e livido. L’assunzione al cielo di Maria ha infatti nella devozione popolare, o anche solo nell’immaginario culturale, una raffigurazione del tutto diversa, che nega implicitamente che la Vergine sia mai dovuta passare attraverso l’umiliazione del decesso corporeo: viva e vegeta, Maria sale al cielo incoronata in una profusione di luce, circondata da angeli e santi in una solenne cornice di nubi.

Laddove Cristo ancora oggi muore simbolicamente mille volte al giorno su tutti muri delle nostre scuole, nell’intimità delle nostre case di credenti, dietro i banchi dei tribunali e sui petti siliconati delle soubrette, la morte di Maria è stata cancellata e sottratta alla rappresentazione, cristallizzando per tutte le donne un modello divinizzato a cui nessuna può accostarsi con qualche speranza di identificazione.

Michela Murgia, Ave Mary.