Che cosa legge il sensus ecclesiae nella vita di Teresa? Una interpretazione diffusa vuol vedere in essa la valorizzazione della quotidianità, e dunque il messaggio di una santità aperta a tutti e a tutte perché fatta di accettazione della propria piccolezza e normalità (la “piccola via”). Ho l’impressione che vi sia qui un abbaglio a proposito di quotidianità e normalità. La vita quotidiana è fatta di lavoro e di relazioni: in famiglia, nello studio, nella politica: e la vocazione alla santità è data dalla possibilità di investire queste attività di una intenzionalità di fede e di amore (sulla linea dell’inno paolino alla carità in 1Cor 13). Ma, come abbiamo visto, non è questa la via di Teresa: la sua quotidianità è priva di questa concretezza, e perciò deve giocarsi sul piano della simbolizzazione. Tra la piccolezza di Teresa e la piccolezza della casalinga e dell’operaio, dello studente o dell’artigiano, c’è in comune soltanto il lato negativo: da una parte come dall’altra sono assenti le grandi imprese, gli atti eroici. Ma Teresa sogna quelle imprese, e vive la sofferenza di non poterle compiere; la sua piccola via nasce dalla coscienza di questo scarto, nasce dalla differenza tra lo slancio e la capacità (o la possibilità storica): la sua avventura è tutta interiore.

Eppure, essa non può ignorare il rapporto tra amore e opere. La scoperta dell’amore al di là di tutte le opere non le permette di dimenticare che c’è tra i due un legame indissolubile: “il bimbetto (Teresa) ama i suoi fratelli che combattono. Ma come testimonierà il proprio amore, se l’amore si dimostra attraverso le opere?”. Ed ecco la risposta:

“Il bimbetto getterà dei fiori, avvolgerà nei suoi profumi il trono regale, canterà con voce argentina il cantico dell’amore…Mio amato, non ho altro mezzo per dimostrarti il mio amore che gettare dei fiori, cioè non lasciarmi sfuggire nessun piccolo sacrificio, nessuno sguardo, nessuna parola, di approfittare di ogni piccola cosa, e di farla per amore. Voglio soffrire per amore e anche gioire per amore, così getterò fiori davanti il tuo trono, non ne prenderò nessuno senza sfogliarlo per te …”.

“Gettare fiori”: non è un lavoro, è un gesto; non è un modello di vita, è un simbolo. L’antropologia ha ragione nel rilevare l’assenza di contenuti, o l’indifferenza nei loro confronti, il vuoto di concretezza nella vita di Teresa, e perciò la necessità della trasfigurazione simbolica. E ne trae, con lucidità e accortezza, la conclusione: “La finzione esistenziale, il gioco tremendo di una vita che è vera solo in quanto si riconosce simbolica, non può non condurla presto alla morte, una morte che malgrado la sua forza d’amore è disperata”. Teresa non può essere il cuore della chiesa, non può essere l’amore; ma questa iperbole che, presa alla lettera, sarebbe blasfema, dischiude una possibilità di senso se la interpretiamo in chiave simbolica: Teresa fa della sua vita il segno dell’amore come cuore della chiesa, come cuore dei sacerdoti e dei martiri e dei crociati (è il suo mondo) ma anche come cuore delle casalinghe e degli operai, delle professioniste e dei politici (è il nostro mondo). Se è vero che, come le insegna il suo maestro Giovanni della Croce, “il più piccolo movimento di amore puro è più utile di tutte le opere riunite assieme”, non è meno vero che l’amore vive nelle opere, e che l’amore “puro” non è una possibilità reale ma una possibilità semantica; e cioè: l’amore puro è la visibilizzazione dell’anima di amore che vivifica le opere. Perciò non può essere un’opera, perciò dev’essere fatto di nulla, dev’essere inutile come il gettar fiori. Possiamo dirlo in un altro modo: l’amore è operoso, e come tale vuole l’efficacia, cerca il risultato; un amore che si rassegna a priori alla mancanza di risultato, che in partenza dice che “ciò che conta è l’intenzione”, tradisce se stesso nel gesto dell’autospecchiamento. Ma insieme: l’amore trascende ogni risultato storico: lo trascende nella sua essenza, che è l’agápe divina, e della sua potenza ultima, che è il Regno oltre la storia. Lo trascende al punto che anche la più totale inefficacia e sconfitta (per esempio, morire per difendere un innocente, senza riuscire a salvarlo) realizza una segreta vittoria. Questa segretezza dell’amore può avere nella storia soltanto una visibilità simbolica: la sua “inutilità” storica può essere detta attraverso un gesto inutile come il gettar fiori. La gratuità estetica del gesto esprime la gratuità escatologica dell’amore. Ma un’intera vita che diventa questo gesto, un’intera esistenza che si consuma in questa espressività, e che lo fa senza averne la chiave teologica (scoperta soltanto alla fine), o è un tragico psicodramma o una delle figurazioni più alte della Theologia crucis.

Armando Rizzi, “Lo splendore segreto della carità”, in Servitium 112.