Il dono della meraviglia è indispensabile ad una qualità di vita semplicemente umana, ma, in maniera più necessaria ancora, esso costituisce una dimensione della fede stessa, e anzitutto una dimensione dello sguardo che la fede posa sul prossimo per amarlo. La meraviglia cosciente e voluta sarà l’antidoto contro la nostra inclinazione spontanea a sospettare il male negli altri. Ora quel sospetto, con la critica che ne deriva, e la difficoltà di sopportare il prossimo, sono spesso in rapporto, senza che lo sappiamo, con quel tal difetto che ci rifiutiamo di vedere in noi, con quell’aspetto della nostra personalità che detestiamo e rinneghiamo, con quella debolezza che ci fa arrossire. La nostra critica in questo caso non è che una incosciente autodifesa. Sarebbe utile, allora, chiederci tranquillamente donde viene questo nostro bisogno di difenderci accusando gli altri. A meno che non cerchiamo nell’altro pretesti per giustificare la gelosia o il senso di colpa suscitati in noi dalle sue qualità o dai suoi successi. “Rara la virtù, diceva san Bernardo, è quella di non invidiare la virtù degli altri, anzi rallegrarsene e di felicitarsene con loro nella misura in cui la loro virtù supera la nostra” (In Cant., 49,7).

Sopportare gli altri implica la capacità di sopportare se stessi e la possibilità di ammirare l’altro suppone la libertà di provare meraviglia non certo di se stessi, ma dell’opera di Dio in noi e del suo paziente amore a nostro riguardo.

Ma la meraviglia non può essere una sorta di metodo; bisogna essere veri, si dirà. Sì, ma essere veri non significa essere negativi per principio: unicamente negativa e senza misericordia, la verità non è che severità, proprio come senza severità la misericordia altro non è se non miseria.

Perché parlare di dono a proposito della meraviglia? Prima di tutto perché si tratta di una qualità di cui si è naturalmente più o meno dotati, per la quale si ha più o meno disposizione. In ogni modo questo dono aspetta di essere ricevuto attivamente, preso sul serio, sviluppato.

Più radicalmente ancora, la meraviglia è un dono dello Spirito santo. Umanamente non ci si può meravigliare sempre, né si può essere “sempre lieti”, come ci esorta l’Apostolo (Fil 4,4). Non ci si rallegra e non ci si meraviglia se non quando tutto va bene. Il dono spirituale della meraviglia è intimamente legato alla fede, alla fede che consiste, come dice san Paolo, nel sapere che “le cose visibili sono passeggere e che soltanto le invisibili sono eterne” (2Cor 4,18), e ancora che le cose visibili, viste con lo suardo della fede, sono segno delle invisibili. E forse, visibile o invisibile, si tratta della stessa realtà, ma con una parte in ombra – quella che noi vediamo – e un volto di luce che decifriamo nella fede.

Che cosa la Pasqua cambia nel nostro modo di guardare ogni essere, ogni cosa, ogni avvenimento? Come vedere tutto alla luce del Risorto e dell’avvenire che egli inaugura?

Questo non significa trovare che tutto va bene, ma accedere a uno sguardo profondo, libero, uno sguardo conforme alla fede, un modo di mettere la realtà in prospettiva, di situarla sullo sfondo della promessa e del divenire, di vedere insomma tutto con lo sguardo di Dio, di desiderare un occhio trasfigurato e quindi trasfigurante.

Il dono di sapersi meravigliare è in stretto rapporto con la povertà: la freschezza dello sguardo dipende dalla capacità di districarsi da se stessi ed è legata alla semplicità di riconoscere che non si ha nessun diritto: che cosa possediamo che non ci sia stato dato? (cf. 1Cor 4,7). E nello stesso senso, il dono della meraviglia si avvicina allo spirito di infanzia. Non si tratta qui di una regressione infantile; non si deve tendere verso l’infanzia come per un arresto di crescita o un ritorno all’indietro, ma camminare verso l’infanzia futura, che è dell’ordine del regno.

Il segreto dello spirito di meraviglia risiede forse in una capacità di congiungere due atteggiamenti quasi contraddittori: quello di volere tutto e quello di accontentarsi di pochissimo.

Ma questi due atteggiamenti non stanno l’uno senza l’altro. Volere tutto, subito, è l’impazienza del bisogno, lo stadio del lattante. E crescere è imparare a trasformare bisogni in desideri e a rimandare i propri desideri. Volere tutto è vivere nell’irrealtà che sempre delude, perché quel desiderio immediato ricade su di noi come un’accusa di insuccesso e di impotenza. E’ veramente allora la morte della meraviglia.

D’altra parte accontentarsi unicamente di pochissimo è insediarsi nella mediocrità, è aver tarpato talmente le ali ai nostri desideri che essi non ci sostengono più. Essere soddisfatti a vile prezzo: atteggiamento dello scettico che è anch’esso la morte della meraviglia.

Vi è tuttavia nell’uno e nell’altro di questi atteggiamenti qualcosa di giusto: volere tutto corrisponde a quel desiderio di infinito in noi che caratterizza l’essere umano perché noi siamo chiamati ad essere infinitamente di più di quello che siamo. E questo è segno che siamo creati da Dio per diventare suoi ospiti e suoi amici. ma appunto questo desiderio infinito non deve fissarsi e finalizzarsi su null’altro che no sia Dio e il suo regno. Desiderare infinitamente qualcosa di finito non è forse il colmo dell’assurdo? E’ questa tuttavia la nostra eterna tentazione. Ecco perché – e la fede raggiunge qui la psicologia – questo desiderio deve essere ricondotto continuamente oltre se stesso.

D’altra parte, accontentarsi di poco cela una saggezza, un sano realismo, un’autentica umiltà, la coscienza di vivere in un mondo in divenire e di esservi in una situazione di esilio e di esodo. Abbiamo potuto sperimentare quanto le cose siano difficili e come poche riescano, e mai al cento per cento. Sì, è saggezza saper riconoscere ciò che è positivo anche se si situa più vicino al nulla che al tutto. Sì, è saggezza dire: non è tutto, ma è più di niente.

E’ altrettanto vero però che questo sano realismo non può rimanere saggezza autentica, povertà spirituale e fonte di meraviglia se non è sostituito dal desiderio infinito, che lo solleva e immensamente lo dilata. Come pure il desiderio infinito non può rimanere apertura sull’avvenire se non è sostituito dalla quotidiana disponibilità ad accontentarsi di poco. E così il presente, nella sua relatività, nelle sue ambiguità, non sarà svalutato dall’attesa dell’avvenire, ma apparirà come germe di questo avvenire, vale a dire del regno. In verità, volere tutto e accontentarsi di poco è il segreto di una meraviglia che non è né ingenua né illusoria.

Pierre-Yves Emery, Le don d’émerveillement.

foto: Marzia Di Carlo