La parola del Signore rivela in questo frangente, un’estrema “astuzia” pedagogica: che richiede per altro nell’educatore una buona dose di “coraggio” (o di “fede” se si vuole). Di coraggio parliamo, in quanto si tratta di mettere in gioco, più che questa o quella scelta di orientamento formativo, il rapporto educativo medesimo.

La provocazione suona, alla fine, in questi termini: io non ti voglio più così! Non ti sopporto più, perché non sei neppure malvagio. Questo, per assurdo, lo sopporterei: perché mi farebbe capire che c’è una riserva disponibile al rischio della libertà, alla passione di una fede.

Ma così non ti sopporto perché non vedo nulla di tutto questo. Tu sei nessuno, come centomila: perfettamente anonimo, perfettamente intercambiabile con i tuoi beni. Che cosa posso amare qui? Per che cosa potrei appassionarmi? Mi batterò per farti riuscire in qualcosa: ma in che cosa vuoi riuscire? In niente! Lotterò perché tu possa colmare dei vuoti, guarire delle ferite, accrescere le tue risorse? Ma tu non vuoi nulla di tutto questo: che rimane tra me e te? Dovrei forse prendermi cura dei tuoi molti presunti “beni”? Ma io sono il tuo Dio, non il tuo assicuratore!

Parola indubbiamente severa. Ma nello stesso tempo parola astuta, parola di sapienza. Perché questo è un argomento destinato a provocare, (ri)sentimento. La Bibbia testimonia in molti luoghi l’immagine di questa strategia di Dio: volta a far “ingelosire” i suoi interlocutori mettendo in gioco proprio la qualità del suo personale interesse nei loro confronti. Questo punto infatti non sono tanto in questione bisogni e desideri, penosa mancanza di risorse o doveroso scambio di beni. Si tratta del rapporto in quanto tale: e dell’interesse che esso stesso conserva oppure ha perduto. Ed è questo perciò che bisogna mettere in gioco, giacché da esso dipende la riuscita o il fallimento della relazione educativa. (…)

Per quanto possa sembrare strano, per noi non è affatto ovvio che Dio adotti questa provocatoria strategia educativa con tutto il “timore e tremore” che ai nostri stessi occhi la rende legittima e sopportabile (quando tutte le altre strade sono state battute). Ai nostri occhi, quando Dio decide di parlare in questo modo ha ormai cambiato il suo atteggiamento: lancia una sfida, minaccia una rappresaglia, decreta una punizione. Non ci sfiora neppure l’idea che proprio Dio, in realtà, adotta questa provocazione e spinge alla rottura nella speranza di suscitare un risolutivo salto di qualità della esistenza. Dunque per suscitare una conversione, per attivare un consenso, per scongiurare il pericolo di una distanza incolmabile.

Pierangelo Sequeri, L’oro e la paglia.