“Caro cardo salutis”, disse, con un suggestivo gioco di parole, un antico pensatore cristiano: la carne è il cardine della salvezza. Non senza un certo stupore noi ascoltiamo queste parole che esprimono il mistero di Avvento e di Natale di questi giorni. Eppure tale stupore, tale spirituale disagio di fronte al significato salvifico della realtà corporea, tradisce solo in che misura noi siamo ancora segretamente affascinati dal fantasma di un concetto di salvezza troppo spiritualistico. Dio invece ha talvolta un modo di pensare “più terreno” di quanto noi, sublimi, vorremmo permettergli. È come se gli piacesse convincerci, proprio mediante la sua economia di salvezza, che noi in fondo apprezziamo poco noi stessi e la nostra terra. Non è forse vero che noi oggi ci sentiamo come totalmente terreni, “carnali”, gettati in una esistenza mondana, chiusa in se stessa, ma che proprio per questo ci sentiamo più che mai dolorosamente separati da tutto ciò che è grande e definitivo, dall’esperienza salvifica? Eppure la nostra professione di fede intorno a questa salvezza è questa: che il Logos divino si è unito alla “carne” della nostra terra, come noi ricordiamo e celebriamo nel tempo natalizio: il Verbo ha assunto la carne: “Non horruit Virginis uterum”. Il peso specifico della terra aumenta però quando Dio la attira a sé: Dio, che, quando ama, arricchisce; che apre a profondissime, insospettate potenzialità solo ciò che assume nella sua libertà creatrice. Così proprio l’incarnazione del Figlio ci ha svelato la grandezza e la promessa racchiusa nella nostra esistenza terrena e corporea. Ora, proprio perché egli si è avvicinato a noi, sappiamo che in realtà non ci sono due strade divergenti, una che sale verso Dio, l’altra che si immerge nella pienezza abissale del nostro mondo corporeo; ambedue le strade invece hanno la medesima direzione, perché anche “le vie di Dio terminano nella corporeità”. Il cuore della terra è più vicino al cuore di Dio di quanto noi, tardi spiritualisti, osiamo credere. È la “carne” che porta la salvezza; c’è per così dire il “sacramento della carne”: “nella carne” il Figlio compie l’atto centrale della salvezza e della redenzione; con la dedizione del suo corpo si realizza la sua obbedienza salvifica di fronte al Padre; e con san Paolo noi professiamo che “nel sangue di Cristo” siamo redenti.

Johan Baptist Metz, Caro cardo salutis.