Nella sventura Dio è assente, più assente di un morto, più assente della luce in un sotterraneo completamente buio. Una specie di orrore sommerge completamente l’anima. Durante questa assenza non c’è nulla da amare. La cosa terribile è che, se in queste tenebre in cui non c’è nulla da amare l’anima cessa di amare, l’assenza di Dio diventa definitiva. Bisogna che l’anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, sia pure con una parte infinitesimale di se stessa. Allora viene il giorno in cui Dio le si mostra e le rivela la bellezza del mondo, come avvenne per Giobbe. Ma se l’anima cessa di amare, cade, già in questo mondo, in qualcosa che assomiglia molto all’inferno. (…)

“Egli venne fatto maledizione per noi” (Gal 3,13). Non soltanto il corpo di Cristo inchiodato sulla croce venne fatto maledizione, ma anche tutta l’anima sua. Allo stesso modo, ogni innocente nella sventura si sente maledetto. E questo sentimento è anche in coloro che un cambiamento improvviso della fortuna ha liberato dalla sventura, se essa è arrivata a incidere abbastanza profondamente in loro.

Un altro effetto della sventura è quello di rendere l’anima sua complice, iniettandole a poco a poco il veleno dell’inerzia. Chiunque ha provato la sventura abbastanza lungo, instaura una certa complicità con essa. Questa complicità intralcia tutti gli sforzi che egli potrebbe fare per migliorare la propria sorte; giunge persino ad impedirgli di cercare il mezzo per liberarsene, talvolta persino di desiderare la liberazione. Allora egli si adagia nella sventura, e la gente può credere che egli sia soddisfatto . Anzi, questa complicità lo può spingere, suo malgrado, a evitare, a fuggire la possibilità di liberazione; per questo, si serve talvolta di pretesti ridicoli. Anche in colui che è stato liberato dalla sventura, se essa ha inciso profondamente nella sua anima, permane qualcosa che lo spinge a precipitarvisi di nuovo, come se la sventura si fosse insidiata in lui a guisa di parassita e lo dirigesse ai suoi fini. Talvolta questo impulso prende il sopravvento su ogni moto dell’anima verso la felicità, e se la sventura è cessata grazie a un beneficio, può insorgere un sentimento di odio verso il benefattore; questa è la causa di certi atti di selvaggia ingratitudine, apparentemente inesplicabili. Talvolta è facile liberare uno sventurato dalla sua sventura presente ma è difficile liberarlo da quella passata. Soltanto Dio può farlo. E nemmeno la grazia di Dio può guarire, quaggiù, la natura irrimediabilmente ferita. Il corpo glorioso di Cristo mostrava le piaghe.

Non si può accettare l’esistenza della sventura se non considerandola come una distanza.

Dio ha creato per amore, e ai fini dell’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Ha creato tutte le forme dell’amore. Ha creato essere capaci di amore a tutte le distanze possibili. Lui stesso – poiché nessun altro poteva farlo – è andato alla distanza massima, alla distanza infinita. Questa distanza infinita tra Dio e Dio, strazio supremo, dolore che non ha pari, miracolo d’amore, è la crocifissione. Nulla può essere più lontano da Dio di ciò che è stato reso maledizione.

Questo strazio, al di sopra del quale l’amore supremo cerca il legame dell’unione suprema, risuona in perpetuo attraverso l’universo, in fondo al silenzio, come due note separate e fuse, come un’armonia pura e straziante. È la Parola di Dio. L’intera creazione non è che la sua vibrazione.

Quando la musica umana, nella sua massima purezza, penetra nella nostra anima, è proprio questo che percepiamo attraverso di essa. Quando abbiamo imparato ad ascoltare il silenzio, è questo che, nel silenzio, cogliamo più distintamente.

Coloro che perseverano nell’amore sentono questa nota anche al fondo dell’abbattimento in cui li ha gettati la sventura. Da quel momento non possono più avere dubbi.

Simone Weil, Attesa di Dio.