Abbiamo bisogno della gioia, per staccarci dalle creature e avanzare verso Dio. Come infatti potremmo distoglierci dai beni che vediamo e di cui ci serviamo, se non gustiamo già in anticipo delle cose celesti? Secondo il detto ben noto, trahit sua quemque voluptas, ciascuno è trascinato dalla propria passione. E non ci può essere eccezione a questa regola. Quando i mistici parlano delle notti che attraversano, forse non dicono a sufficienza che ciò che permette loro di avanzare così, senza nulla vedere e sentire, sono i favori ricevuti, la certezza interiore posti in essa dalla grazia, l’attaccamento radicale a Gesù Cristo. A un altro livello essi gustano già le primizie di una visione e di un “sentire” superiori. Santa Teresa d’Avila ritorna spesso su questa evidenza: “Se Dio non ci attira, al punto da farci sapere che la nostra più grande gioia è in lui, noi non giungeremmo mai alla vera spoliazione”. Senza una gioia che ci comunica una dolcezza e una dilatazione interiore che superano i piaceri che potremmo trovare in questo universo, è forse possibile una certa vita cristiana, ma non la conversione totale del nostro essere, che suppone un non porre più il nostro riposo nelle cose di questo mondo. Gli educatori sanno bene che non si può mai togliere se non ciò che si è già sostituito. E come potrebbe Dio, il nostro pedagogo, agire diversamente? Egli ci distacca da noi stessi dopo averci attaccati a lui, ci ritira ogni appoggio perché lui stesso è divenuto la nostra unica roccia. Dunque finché non conosceremo la gioia, finché la gioia, rivelatrice dell’azione di Dio, non sarà in modo continuo la nostra unica forza e il nostro unico diletto, i nostri cuori non si fisseranno in Dio solo. Non c’è nessuno che possa smettere di cercare e di gustare le cose della terra se non gli è dato di cercare e gustare, anche solo all’epidermide della sua psiche, ma realmente, le cose dell’alto…

Lo Spirito, che per volontà del Padre vuole essere il nostro solo sostegno e il nostro unico respiro, deve invadere il nostro essere in modo percettibile se vuole che noi apparteniamo interamente secondo lo spirito al nostro Creatore.

La gioia è necessaria per vivificare la nostra persona. Più avanziamo, più ci diviene evidente che senza la consolazione apportataci dal Risorto “non possiamo far nulla” (Gv 15,5). (…) Bisogna che le nostre miserie e le nostre impotenze siano costantemente rianimate dal soffio della gioia, come le ossa aride di cui parla Ezechiele. E se lo Spirito consolatore non viene in noi, è perché ci accontentiamo facilmente di un’esistenza resa atrofica e anemica, perché non gridiamo abbastanza verso Dio quando constatiamo le nostre ferite, le nostre aridità e le nostre deformazioni. Se lo facessimo, il pane eucaristico, che è il pane del rendimento di grazie e della gioia, avrebbe un effetto maggiore.

François Roustang, Une initiation à la vie spirituelle