Spesso nel linguaggio comune ho notato che usiamo gli aggettivi “intenso” e “profondo” come sinonimi per descrivere delle esperienze o delle emozioni in particolare ma così facendo non ci accorgiamo che altrettanto spesso rischiamo di mischiare livelli esistenziali diversi che nella vita reale ci mettono in situazioni che generano disagi e sofferenze o aspettative illusorie.

L’aggettivo “Intenso” a livello semantico indica una qualità che aumenta di grado o che è di una grandezza più alta rispetto al normale: rosso intenso, suono intenso, rabbia intensa e via dicendo, si muove più su un piano orizzontale e verso l’esterno.

“Profondo” invece si muove sulla verticalità o verso l’interno indicando una qualità che va al suo fondo, alla sua radice, alla sua essenza: un’amicizia profonda, un pensiero profondo, una caverna profonda, la giungla profonda.

Tra il dire che una esperienza è intensa e dire che è profonda c’è tutta la differenza  che nell’accadimento reale si verifica tra una valanga e un’ eruzione: la valanga avviene  e si sposta sulla crosta terrestre, l’eruzione parte dalle viscere della terra e si manifesta in superfice o in maniera eclatante con lapilli e cenere o con una placida colata di lava; oppure quello che accade all’oceano che in superfice può essere calmo, agitato, tempestoso, azzurro, verde ma man mano che si scende verso il fondo è sempre più calmo e sempre più buio.

Comprenderete la mia perplessità quando mi dicono: “Ho avuto un’esperienza di preghiera o di fede molto intensa” Oppure “Non me l’aspettavo, avevamo un rapporto molto intenso!” Ciò che è intenso è superficiale anche se può essere meraviglioso e vivace, attirare e trascinare  ma dopo un climax, appunto teso,  in-tensione, si spegne e bisogna riattivarlo o ravvivarlo.

Un’emozione, un sentimento o un’ esperienza, e a maggior ragione di fede, invece quando sono profondi hanno a che fare con il nocciolo esistenziale della persona e siccome l’aggettivo ingloba semanticamente anche il concetto di buio spesso hanno una connotazione oscura e sfuggente e dunque si rivelano tutt’altro che appaganti e rassicuranti, si muovono su tutta la verticalità della persona in un rapporto costante tra superfice e fondo, appunto pro(verso)-fondo, con quel carattere di insondabile e inspiegabile che suggeriscono.

Le esperienze intense ci lasciano vuoti, a volte defraudati, esausti, quelle profonde, fievoli o forti che siano, ci arricchiscono come una eruzione vulcanica che al termine lascia comunque colate di  lava che si trasformeranno nel tempo in terreno fertile.

Da questo misunderstanding lessico-semantico non sono esenti le persone e qui le situazioni che si determinano a volte partono dal dramma e sfociano nella tragedia con qualche richiamo alla farsa quando si scambiano per profonde persone che invece sono solo intense, quando vengono scambiate per profondità emotiva e affettiva o intellettuale un interesse entusiasta dovuto alla novità del momento, della relazione o dell’argomento.

Spesso le persone che crediamo profonde ahimè si rivelano solo intense; un criterio per riconoscerle così alla spicciolata? Parlano, spesso tanto, e non ti lasciano niente! Impressionano con gesti eclatanti e fuori dal comune ma non sanno reggere poi la quotidianità. Centrate su se stesse o meglio sull’immagine di se stesse riflesse negli occhi degli altri hanno una opinione su tutto perché le esperienze di vita che hanno fatte danno loro il diritto di poter formulare un giudizio su quelle vissute dagli altri perché tanto le loro sono le uniche che contano.

Diversamente quelle profonde, quieti come gli abissi dell’oceano o esplosive come i vulcani hawaiani, quando parlano o agiscono o sono solo presenti toccano il profondo, fanno risuonare l’intimo in una consonanza di anime come un diapason vibrante sulla stessa lunghezza d’onda dello strumento da accordare, sovente in modo oscuro e indicibile.

Alla luce di questa constatazione di confusione lessicale, semantica ed esistenziale tra intenso e profondo spesso mi chiedo se tutto questo urlare che c’è nella nostra società, questo bisogno di avere tutto ad alto volume anche negli auricolari avvenga perché non c’è niente da cui attingere, niente in cui sprofondarsi, niente capace da far risuonare oppure perché si avverte il bisogno di esprimere la dimensione più intima di sé; se sia un grido che sovrasta le altre voci per annichilirle, un emoticon, vestigia di emozioni, oppure un urlo che sale dalle viscere in cerca di un contatto e una risonanza umani. Non saprei… ma nel silenzio resto in ascolto, resto di vedetta per vedere cosa emerge dalle nebbie di questa società non più liquida ma ormai gassosa in cui le apparenze labili e cangianti sono al tempo stesso sostanza e contenuto.