In questi giorni interessandomi al pensiero di Julia Kristeva, psicanalista, filosofa, scrittrice e intellettuale francese, sono rimasto colpito dalla sua analisi sul fenomeno religioso partendo ovviamente dal suo campo quello psicoanalitico. Secondo Kristeva la persona è caratterizzata dal bisogno di credere che è quel bisogno che lo spinge verso l’alterità/trascendenza e a porsi in dialogo e ascolto di essa prima di ogni concretizzazione religiosa: «Dio non è necessario, ma il bisogno di credere – filo conduttore nonché nodo che strangola – si rivela, al mio ascolto, una necessità antropologica, prereligiosa e prepolitica» Questo bisogno di credere porta al desiderio di sapere che riempie di contenuti quel bisogno. Quando ciò non avviene il soggetto si rifugia nell’idealità in cui si forma quel processo di radicalizzazione religiosa, ma aggiungerei politica, scientifica e via dicendo, in cui si aderisce acriticamente ad una posizione ideale per dare soddisfazione al profondo bisogno di credere. In concomitanza si opera una di- soggettivazione del soggetto e una dis-oggettivazione dell’oggetto e quindi si palesa un mancato riconoscimento della propria identità e di quella dell’altro che porta alle ben note conseguenze raccontate nei media. Per uscirne, secondo Kristeva, bisogna intervenire «all’incrocio insostenibile dove la di-soggettivazione /dis-oggettivazione si esercita e si fa minacciosa, quando l’essere umano, divenuto incapace d’investire e di stabilire legami, spossessato di sé e privo del senso dell’altro, erra in un’assenza di mondo, in un non mondo, senza bene né male, né un qualsiasi valore. E qui alle frontiere dell’umano, può innescarsi una ristrutturazione della persona». Un intervento che «riconosce il bisogno di credere e lo conduce al desiderio di sapere, per creare così solamente dei nuovi legami: di rinascita». Sommariamente verrebbe da sintetizzare che nella nostra società ci vorrebbero figure educative e formative che sappiano far prendere consapevolezza del bisogno di credere che abita ogni uomo e condurlo al desiderio di sapere che porta il soggetto a trovare contenuti che riempino quel bisogno instaurando legami di appartenenza.

La situazione letta così appare difficile forse anche tragica ma tutto sommato recuperabile: Il bisogno di credere lo abbiamo tutti, il desiderio di sapere ne scaturisce quasi di conseguenza occorre impedire il cortocircuito dell’alienazione soggettiva e oggettiva facendo in modo che il desiderio di sapere si attivi e elabori contenuti cognitivi nel perimetro di legami significativi.

Ripeto la situazione apparirebbe solo tragica se non si aggiungesse un altro dato quello sull’Analfabetismo Funzionale che la rende disperata. Secondo la definizione del rapporto Piaac-Ocse gli analfabeti funzionali non riescono a “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. In poche parole anche se sanno leggere, scrivere e far di conto non sanno cosa farsene, anche se sono persone istruite non sanno utilizzare il loro sapere.

Secondo lo Human Development Report 2009 in Italia l’Analfabetismo Funzionale si attesta intorno al 47%, la percentuale più alta in Europa. La stima è compiuta su una popolazione compresa tra i 16 e i 65 anni. I dati Ocse relativi al 2015 ci dicono che l’analfabetismo funzionale non riguarda solo gli adulti ma un giovane italiano su sei non comprende a pieno il significato di ciò che legge. I social svolgono un ruolo determinante in questa situazione  in quanto è stato rilevato che una parte dei giovani interpellati non è in grado di interpretare o leggere tra le righe di un testo o elaborare un proprio pensiero critico successivamente alla lettura.

Mettendo insieme l’analisi di Julia Kristeva con i dati sull’Analfabetismo Funzionale possiamo inferire che il fenomeno di alienazione delle persone e quello di radicalizzazione ampiamente intesi saranno sempre più diffusi specialmente nel nostro Paese per quella mancanza non tanto di istruzione ma dell’incapacità di metterla a frutto. Come se ne esce? Veicolando informazioni attraverso relazioni significative tra le parti che coinvolgano non solo gli aspetti cognitivi dei soggetti ma anche quelle competenze umane più profonde. Volendo essere più pratici suggerirei di cominciare a non dare per scontato che quando parliamo l’altro abbia capito quello che stiamo dicendo; ma anche noi di non di non essere così sicuri di aver compreso cosa l’altro voleva veramente dirci quando ci parlava; di essere consci dei propri pregiudizi quando si interpreta una situazione soprattutto se lo si fa “senza pregiudizio” perché con questo atteggiamento si attiva il pregiudizio di non averne; di non riporre una fiducia smisurata sulla comunicazione verbale o sul “dialogo” che si ha con i propri figli, amici, famigliari o colleghi; di non lasciarsi impressionare dall’erudizione di una persona per non rimanere sconcertati dall’incapacità di dirigere la propria vita o quella degli altri; di non essere così sorpresi che spesso non si fa quello che si dice; che se una cosa l’ha si è capita non è detto che si è in grado di farla….. e quindi Attenzione, Consapevolezza, Competenza, Umiltà, Autocritica, Ironia e soprattutto Autoironia che non guasta mai!

E per dare il “buon esempio”…….Ma si capisce quello che ho scritto? Avranno compreso perché ho messo i corsivi a bisogno di credere e desiderio di sapere? E il titolo a finta formula matematica? Ma quando mi dicono che scrivo troppo difficile è perché non vogliono rileggere fino a comprendere il senso dell’articolo come ho dovuto fare io con quelli su Julia Kristeva o è perché sono risultato veramente incomprensibile? E….. almeno stavolta quando ti dicono che hai scritto un bell’articolo metti da parte la tua vanità e verifica col tuo desiderio di sapere il tuo bisogno di crederlo (stavolta un corsivo sì e uno no)!