In questi giorni sui social ha tenuto banco la querelle tra il rapper Fedez e il prete youtuber don Alberto Ravagnani: storia di un’intesa nata e morta, per ora almeno, sui social, una storia in cui molti hanno visto da una parte la realizzazione di un dialogo tra mondi diversi se non inconciliabili e dall’altra l’incontro di reciproci interessi mediatici. Non sono né follower dell’uno né dell’altro e dunque non entro in merito alla questione personale (?!) tra i due. Ma la prima cosa che mi è venuta da pensare nel vedere la polemica riportata dalla TV è stata: Ecco cosa succede quando 134mila followers si scontrano contro 12milioni e mezzo!

Oggi il vero potere lo detiene chi ha più seguito e può muovere più click! Un esempio, che si ricollega al caso in questione, ben sviscerato da Selvaggia Lucarelli, lo si è visto al Festival di Sanremo sulla potenza e le strategie mediatiche dei Ferragnez! Non tratto la cosa dal punto di vista morale ma da quello mediatico. Per giocare a quei livelli bisogna avere i mezzi e il Know-how per gestirli. Si tratta di essere capaci di produrre contenuti che sappiano intercettare il pubblico e interagire con gli algoritmi, sapere che le relazioni in quel campo non sono come quelle reali, che i post possono diventare pietre e se sei Davide devi sapere bene dove scagliarle nell’armatura di Golia altrimenti come suggerisce la parabola evangelica dei due re in guerra di impari forze manda un’ambasceria perché un blocco su Instagram può decretare la tua sconfitta social!

Venti anni fa quando scrivevo la mia tesi di baccalaureato sulla comunicazione della Chiesa analizzandola secondo le categorie mcluhaniane la definivo “Gutenberg ecclesiale” per dire che comunicava nell’era digitale con la mens di quella della stampa o usando un’altra immagine di McLuhan guidava un’auto a folle velocità guardando nello specchietto retrovisore. Sostenevo ciò perché avevo rilevato che la comunicazione ecclesiale si basava sull’assioma che l’importante è il contenuto e la forma non conti poi molto da cui segue il corollario che lo stesso messaggio lo si può dire in vari modi. Da allora purtroppo poco è cambiato e il concetto che il medium è il messaggio non ancora è diventato consapevolezza e prassi comunicativa nella comunità ecclesiale. Lo slogan dello studioso canadese il medium è il messaggio asserisce che dicendo la stessa cosa con media diversi dico anche cose diverse perché il mezzo media il messaggio, lo plasma. Non basta verniciare di social il messaggio cristiano ma bisogna fare i conti con la cultura che questi mezzi hanno prodotto il che significa porsi il problema della performace comunicativa non nei termini di come posso dirlo sui socials ma come il Vangelo trova la sua espressione nei socials e come essi lo interpretano. In parole povere non basta raccontare una parabola o parlare dei sacramenti o della dottrina con sorrisetti, spigliatezza e montaggio accattivante in un video o altro prodotto mediatico ma occorre rielaborare in termini social la parabola, i sacramenti o la dottrina che risulteranno immancabilmente anche “diversi” perché passati per un circolo ermeneutico diverso. È il modo in cui hanno agito gli stessi evangelisti inventando il genere vangelo: essi non scrivono una biografia di Gesù, non raccontano la sua vita ma la “reinventano” come annuncio (da qui il nome del genere eu anghelìon = lieta notizia) per comunicare il senso della sua vicenda a sensibilità e contesti culturali in cui erano immersi nella piena consapevolezza che non c’era un messaggio-vangelo di Gesù ma che lui era il Vangelo, il diventare carne del Figlio di Dio non era un mezzo che Dio aveva adoperato per parlare all’uomo ma era Dio stesso che gli parlava. Il dogma dell’Incarnazione interpretato con il concetto di McLuhan  il medium è il messaggio, derivante dalla cultura mediatica, ci porta appunto a una nuova consapevolezza di esso: l’incarnarsi (medium) del Figlio di Dio è  il Dio con noi (messaggio), esso non è un modo di comunicare che Dio ha utilizzato ma Dio che comunica e si comunica e dunque Gesù, essendo risorto, quindi ancora vivo in mezzo a noi, continua a essere Vangelo (via, verità e vita: medium/messaggio) che si esprime nella cultura del nostro tempo grazie al soffio del suo Spirito.