Lo scoppio della pandemia ha lasciato tutti attoniti e davanti ad essa ci siamo scoperti, fragili e impotenti come anche papa Francesco ha sottolineato nella preghiera in piazza s Pietro il 27 marzo dello scorso anno. Ma i tempi di Candido, il personaggio caricaturale dell’omonimo romanzo di Voltaire in cui il protagonista rimaneva attonito ma infantilmente fiducioso nella provvidenza di Dio davanti al disastroso terremoto di Lisbona del 1755 sono finiti. O meglio sono finiti per la maggior parte delle persone le quali hanno cercato nella scienza le risposte per lo scoppio, la gestione e l’uscita dalla pandemia, non possiamo dire lo stesso a mio avviso della comunità ecclesiale soprattutto negli insiders. I più acculturati si sono peritati a dare risposte apologetiche al perché Dio avesse permesso un tale flagello ma peccato  non ci fosse alcun Voltaire a fare tale tipo di domanda e man mano nello scendere della scala di sapienza gerarchica c’è stata una riesumazione di reliquie e ostensori che mai come nei primi mesi della pandemia hanno preso aria su apette attrezzate come papa mobili de no altri e, parafrasando Andy Wharol, ognuno per 15 minuti si è sentito papa nella sua parrocchia.

Una prova dell’esistenza di Dio la si è avuta nelle ondate pandemiche successive quando questi zeli pastorali non si sono ripetuti un po’ perché ci si era abituati alla situazione, un po’ perché ci si era resi conto del ridicolo generato e un po’ perché si sono cominciati a vedere gli effetti prodotti che potremo riassumere nel proverbiale tentativo di volersi fare il segno di croce  e invece ci si è cavati gli occhi! Alzi la mano un prete che già alle prime riaperture non ha visto tornare lo stesso numero di fedeli nelle celebrazioni oppure all’inizio delle nuove ondate o in occasione di qualche messa di anniversario per un caro estinto non si sia sentito chiedere “Ma la trasmette in streaming?” oppure “Non vengo padre, la messa me la sento alla televisione ci sta a tutte le ore e io me ne sento pure due o tre” e questo anche da cinture nere di dottrina cattolica tridentina!

Situazione questa lamentata da voci profetiche come quella di Enzo Bianchi e perfino dai vescovi italiani. Per assicurare una vicinanza almeno virtuale, ingenuamente, per essere buoni, non ci siamo accorti degli effetti che producevamo: Fomentare la superstizione in chi ha una fede superficiale, il privatismo nei praticanti, il fondamentalismo nei fedeli che si ispirano al motto “sempre col papa fino alla morte che bella sorte, che bella sorte!”

L’unica domanda a mio parere che ci si doveva porre non ce la si è posta forse perché era squisitamente di fede? E si sa la fede non è per tutti (2Ts 3,2), è merce rara, la credenza è sempre a buon mercato! Se come ricorda la costituzione conciliare sulla Parola di Dio la Dei Verbum al n.2 Dio parla attraverso eventi e parole ci si doveva chiedere “Ma con questo evento cosa ci sta dicendo, cosa ci sta chiedendo il Signore?” Considerando che l’epidemia di Covid-19 scoppiata a Wuhan si è trasformata in pandemia all’inizio del tempo di Quaresima del 2020, ha attraversato i giorni più santi dell’anno e per il lockdown ci ha privato dei riti pasquali e ci ha ridotti alla solitudine non può essere che il Signore ci ha messo davanti la visione di quello che siamo diventati come società e come Chiesa? E le risposte sconclusionate che abbiamo date non hanno mostrato che tipo di fede professiamo sia laici che clero? Questa pandemia non ha messo in evidenza quanto spesso siamo distanti come gerarchia dai laici e come comunità ecclesiale dalla società contemporanea? Non è venuto fuori ancora più drammaticamente quello che papa Francesco aveva detto ai cardinali il Natale prima nel 2019 che ormai i buoi erano fuggiti dalla stalla? Non ci siamo accorti di quante energie profuse in catechesi, incontri e momenti di preghiera non hanno retto alla drammaticità degli eventi della diffusione del virus visto che l’offerta e la domanda è stata principalmente quella di riti assolutamente secondari e al limite della superstizione?

Ma una volta diradate un po’ di nebbie e preso un po’ atto della situazione che si è determinata, tra le sacre stanze delle curie e delle parrocchie ora risuona un altro slogan papale. “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla” profeticamente proferita da papa Francesco nella Pentecoste del 2020. Non rischiamo di sprecarla proprio con la nostra febbrile attesa di tornare a come era prima riproponendo i nostri percorsi catechistici, i nostri incontri, le nostre processioni, le nostre feste patronali e valanghe di sacramenti, questi ultimi, feste patronali e sacramenti, diventati importanti a livello sociale più per l’indotto economico che producono che per la fede che suscitano e alimentano?

Oso, dico solo oso riproporre la domanda che ritengo quella importante da porsi, che è in fondo la domanda che il fedele deve porsi ogni giorno,  “Ma in tutta questa situazione cosa vuole dirci il Signore, dove vuole condurci?” E siccome mi lamento sempre che tutti sono bravi a sollevare domande e nessuno si sforza di dare risposte lasciando il compito di trovarle allo Spirito che soffia, dimenticando che il suo lavoro è proprio quello di illuminarci e trasformare noi e le situazioni secondo i desideri di Dio, azzardo qualche possibile soluzione.

Il fatto che la pandemia si sia rivelata in tutta la sua portata e drammaticità in un tempo forte come la Quaresima mi suggerisce che siamo stati chiamati dallo Spirito a prendere coscienza della situazione culturale e storica che stiamo attraversando. Come ha sottolineato anche papa Francesco non siamo in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento di epoca quindi ci si impone una conversione, una trasformazione, un focalizzare l’essenziale del mistero cristiano come hanno fatto gli evangelisti e soprattutto Paolo “reinventando” la vicenda di Gesù. Uso la parola “reinventare” virgolettata perché essi non ci hanno consegnato i fatti della vita di Gesù o le sue stesse parole ma la coscienza del Signore vivo perché Risorto. Questa esperienza e consapevolezza hanno dato loro modo di “inventare”, “creare” narrazioni da quei fatti e quelle parole che avrebbero permesso a popoli non ebrei di incontrarlo. Gesù nella sua vicenda terrena ha vissuto da ebreo, ha parlato da ebreo, si è comportato da ebreo e si è limitato nella sua azione “alle pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15,24), una volta Risorto e dunque ancora vivo, libero dai legami di spazio-tempo,  ha continuato la sua opera di salvezza attraverso lo Spirito nei suoi discepoli che hanno fatto diventare la sua vicenda terrena non racconto di un passato o esempio per uno stile di vita ma lieto annuncio di un presente che si trasforma con le energie scaturite dal suo mistero di passione, morte e risurrezione che accaduto una volta per tutte in Cristo continua ad accadere in maniera nuova e dunque diversa nella storia presente.

Come sta accadendo adesso? Quali i segni? Queste sono le domande da porsi a mio avviso. Abbiamo visto che i nostri sforzi passati nella catechesi incentrati nella preparazione ai sacramenti in età scolare è miseramente fallita perché si è rivelata l’unica in tutta la vita e inefficace una volta diventati adulti dunque cosa aspettiamo a cambiare rotta e puntare le nostre energie sugli adulti? Non vengono ad ascoltare catechesi! Certo perché non è tempo di catechesi ma di annuncio! Nessuno obbliga nessuno a convertirsi quindi dopo aver fatto l’annuncio se la chiamata non interessa pazienza! Per quanto riguarda gli insiders qual è il modo di vivere cristiano nel secondo millennio? Ancora le coroncine ai Sacri Cuori? Ancora pellegrinaggi e processioni in un mondo che non si sente in cammino verso nessun’altra meta o di passaggio su questa Terra ma turista per caso all inclusive?

Il più grande ostacolo culturale all’evangelizzazione cristiana oggi è proprio la cultura cristiana a mio parere. Si è spesso sentito dire in questi anni, anche da grandi intellettuali cattolici, che senza il cristianesimo molte opere d’arte o letterarie occidentali sarebbero incomprensibili per i fruitori contemporanei e da questa considerazione si giunge a riaffermare l’utilità della fede cristiana e la Chiesa continua a crogiolarsi e riporre speranze su questa religiosità culturalmente diffusa. Faccio osservare che anche il buddismo è fondamentale per capire la cultura asiatica ma questa esigenza certo non mi spinge a farmi buddista, per conoscerla basta che studi i suoi testi sacri, teologici e spirituali! Così per comprendere Dante basta studiare un po’ di scolastica e per apprezzare più a fondo la cappella Sistina il dibattito teologico dell’epoca della Riforma! Sono testimonianze di fede di quell’epoca culturale ma la storia culturale che hanno prodotta non è evangelizzazione ma cultura e in rapporto al Vangelo va trattata come qualsiasi altra cultura e proprio perché facciamo fatica ad averne consapevolezza dimostra maggiormente quanto sia anche più subdola. Una ricaduta pratica: c’è da esultare per un fedele cristiano vedere un crocifisso nelle scuole ridotto a prodotto culturale? Non ha perso tutta la sua forza di scandalo di fede? O marcatore di una identità etnico-culturale mentre è segno di una identità più profonda nascosta in Dio? O simbolo di un vago amore universale e non di quell’amore di “come IO ho amato voi” (Gv 13,34)? Oppure pensiamo alla sicumera con cui molti genitori vengono a chiedere il battesimo o gli altri sacramenti per i figli dando per scontato che sanno quello che stanno chiedendo! O le facce dei fidanzati, al limite della condiscendenza, nei corsi prematrimoniali che tradiscono il pensiero “Tanto lo so già cosa vuol dire sposarsi in chiesa”! O opinionisti e influencers che scambiano per dottrina teologica la prassi religiosa corrente e sparano a zero sulla Chiesa e la fede o da un libro che hanno letto dicono cose che al “catechismo non ci hanno mai detto” non rendendosi conto che alle elementari e alle medie, e nemmeno alle superiori a dire il vero, non ci hanno spiegato nemmeno la teoria della relatività o la meccanica quantistica! Se abbiamo fatto solo quelle scuole o quegli studi nella vita ci orientiamo con quelle conoscenze.

Riguardo al linguaggio dell’annuncio tutti abbiamo sperimentato la potenza mediatica della preghiera del papa in piazza s. Pietro il 27 marzo 2020, un prodotto mediatico di alto livello, sì prodotto mediatico e il fatto che sia un prodotto e che quindi sottintenda un knowhow specifico lo ha dimostrato l’inconsistenza delle riproduzioni locali che in qualche caso hanno sfiorato il ridicolo. Parlo di prodotto perché la catechesi del papa si esprimeva perfettamente nelle immagini e nella regia del racconto mediatico, ho scritto “nelle” e non “con”: quello trasmesso in TV non era un testo illustrato da riprese ma un prodotto unico. Non un servizio di Piero Angela sulla basilica vaticana o sul Crocifisso miracoloso di s. Marcello al corso del XV secolo o la telecronaca di un’udienza papale del mercoledì ma un prodotto ad hoc! Fate una prova: le uniche parole che ricordate di quella serata sono “soli e “spauriti” perché questo comunicava la piazza completamente vuota, senza nessun fotografo e il papa solo e zoppicante e nessun cerimoniere sugli scalini a sollevagli la talare, senza nessun altro paramento, in una basilica scenografica illuminata come il set di un episodio di The young pope e raccontata con una regia che strizzava l’occhio al regista della serie Paolo Sorrentino. Scommetto che non ricordate nemmeno il passo biblico! Cercate la catechesi di quella sera su Google e rileggetela e non riuscirete a fare a meno di far riemergere quelle immagini durante la lettura per la stretta fusione col testo scritto e se riuscite a distaccarle vi accorgerete di quanto povero sia quest’ultimo private di quelle immagini! Ecco quello era un esempio di come non si possono dire le stesse cose in modo diverso, che mezzo espressivo e contenuto concettuale sono, a livello di performance comunicativa, la stessa cosa! E infatti i tentativi ispirati “al basta ridire o rifare quello che ha fatto papa Francesco davanti ad una telecamera” sono miseramente falliti! Chi ha provato a fare catechismo on line in questo periodo pandemico cercando di elaborare contenuti mediatici da inviare ai ragazzi ha compreso quanto ciò sia vero! Non basta commentare immagini o inviare canti o fare faccette ammiccanti davanti a delle webcam per annunciare il Vangelo, bisogna elaborare prodotti mediatici evangelici e dove ci si è riusciti, a casa, si sono coinvolti anche i genitori. Una modalità comunicativa da integrare a quella in presenza in futuro vista la difficoltà sempre più crescente di fare catechesi con testi scritti e cartelloni a bambini e ragazzi nativi digitali!

Abbiamo riscontrato anche una privatizzazione della fede e un’assenza di comunità ma proprio la pandemia ci ha mostrato che non ci si salva da soli allora che aspettiamo a fare come Paolo che accanto all’annuncio del Vangelo nella sua opera pastorale ha posto come priorità la fondazione di comunità ecclesiali proprio perché la sua esperienza di viaggiare in compagnia gli aveva fatto toccare con mano di poter meglio sopravvivere ad attacchi di briganti, di belve e fronteggiare altre avversità naturali con maggiore successo insieme agli altri? Non si potrebbe ripensare un nuovo modo di fare Chiesa più fluida e ispirate alle esperienze contemporanee? Non potrebbe essere ora il momento di “meno messe più messa” altro slogan disatteso in questi anni? Forse se avessimo fatto fare un bel digiuno eucaristico a tutta la Chiesa universale ora sarebbe stato più facile attuarlo e puntare alla qualità di vita di fede comunitaria invece di surrogare eucaristie televisive e in streaming! L’anelito alla solidarietà di tante persone in questo periodo di difficoltà economica e sanitaria non è una opportunità da cogliere e coltivare perché porti frutto in futuro?

Ci sono scelte coraggiose da fare perché se è come dice il papa un cambiamento epocale allora il cristianesimo sta cambiando e così come lo conosciamo va estinguendosi, non il Cristianesimo in quanto tale ma questa forma. Se questo è opera dello Spirito come in molti credono, per usare le parole di Gamaliele, essa continuerà a operarsi anche nonostante le nostre resistenze (Cfr. At 5,39)! Se non riesce a vincerle la nostra fede nell’opera dello Spirito santo potrebbe essere utile un esercizio razionale di prospettiva: se l’universo esiste da miliardi di anni e il nostro sistema solare non collasserà se non fra molti altri miliardi di anni, ovvio se la Parusia non avvenga prima, ma anche qui intenderla ancora come Gesù che ritorna cavalcando una nuvoletta come in una giostra apocalittica? Allora se la Terra sembra dover esistere ancora per qualche miliardo di anni cosa sono duemila anni di tradizione cristiana di fronte a quelli che verranno e agli innumerevoli cambiamenti che ancora il mondo e gli uomini dovranno affrontare? È ragionevole pensare che l’attuale forma di cristianesimo sia l’unica possibile? Se avessero pensato questo i primi giudeo-cristiani ci saremmo stati oggi noi? L’Apocalisse con il suo linguaggio, pieno di flagelli e catastrofi, dice che il Signore è “Colui che era che è e che VIENE” (Ap 1,4.8)), continua a venire, bene VIENE anche in questo flagello di pandemia da covid-19, ma sta trovando la fede su questa Terra (cfr. Lc 18,8)?

Mio articolo uscito sul n. 3 (luglio-settembre 2021) di CASOLI COMUNITA’