Ogni buon cristiano è consapevole che questi sono i giorni della memoria più importanti dell’anno liturgico entro i quali si racchiudono i fondamenti della nostra fede. Mistero della fede: “Annunciamo la tua morte Signore e proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della Tua venuta”. Prepariamoci a viverli nel modo più degno possibile, che non significa solo ripulire le nostre abitazioni e addobbare le nostre case con simboli esteriori, anche quello serve, ma abbiamo bisogno di resettare la nostra anima, la nostra vita di fede, come fosse un computer al quale si è riempita la memoria e ha bisogno di essere ripulita trasferendo nel cestino le cose inutili che non ci servono più e riscoprendo di avere in archivio cose importanti e di valore di cui avevamo perso memoria e che vanno coltivate e ampliate.
Sono proprio questi i giorni che ci danno spunto per una riflessione vera e sincera, viverli in un momento così difficile dal punto di vista sanitario forse ci aiuta ancor meglio a discernere quali sono in realtà i valori più importanti, che hanno priorità nella nostra vita.
“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi” dice Gesù ai suoi discepoli all’inizio della sua ultima cena prima di morire. In verità, per Gesù, è un desiderio di sempre; e anche quella sera vuole stare con i suoi; quelli di ieri e quelli di oggi, noi compresi. È il suo ultimo giorno di vita, la sua ultima sera, l’ultima volta che sta con i suoi discepoli: se li era scelti, li aveva curati, li aveva amati, li aveva difesi. Tra meno di ventiquattr’ore giacerà nel sepolcro. Il Signore desidera ardentemente stare con noi. E noi?

Se guardiamo in faccia la realtà, c’è da dire che è stato sempre lui a fare di tutto per starci vicino, per legarci al Vangelo. Ascolteremo dalle sante Scritture che si mise a tavola con i Dodici, prese il pane e lo distribuì loro dicendo: “Questo è il mio corpo, spezzato per voi”. La stessa cosa fece con il calice del vino: “Questo è il mio sangue, sparso per voi”. ha «inventato» l’impossibile (del resto l’amore vero non sa creare cose impossibili?) per restarci accanto, per continuare a essere vicino ai discepoli di ogni tempo. Quel pane e quel vino ci rendono più simili a Gesù, ci aiutano a vivere come lui viveva, a desiderare le cose che lui desiderava.
In quella stessa sera Gesù ci lascia un esempio pratico di cosa vuol dire vivere la cristianità, si cinge i fianchi e comincia a lavare i piedi ai suoi amici i quali continuano a non capire il senso di questo gesto e, Pietro in particolare si indigna perché pensa che non sia giusto che il Signore lavi i suoi piedi. Ma nella risposta di Gesù si trova l’essenza del nostro ESSERE cristiani: “- Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”.
Ma senza il passaggio attraverso la morte non avremmo avuto la redenzione. Quel venerdì Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito. Tutto è spoglio, nella chiesa e sull’altare. Tutto è silenzio. La stessa liturgia è più silenziosa e tutti ci prostriamo, già all’inizio, sentendo una indicibile oppressione. È come crollato un grande muro e ora appaiono unicamente le macerie
Presi come siamo da noi stessi, non lo sentiamo più. Ecco perché la nostra vita è spesso così arida e sciocca, e le nostre città sono così crudeli, soprattutto con i più deboli.
Ognuno sembra come rinchiuso nel versare le lacrime solo su se stesso, sui propri guai, sul proprio destino. Allora, per portare la croce di Gesù, costrinsero il povero Cireneo. È sempre il povero che porta la croce, allora come oggi. Lasciata cadere da chi dovrebbe portarla, essa finisce sulle spalle dei deboli.

Oggi cerchiamo di imitare almeno le mani del centurione che si batte il petto o quelle della folla che si allontana battendosi anch’essa il petto per la propria incredulità e la propria complicità per la morte dell’unico giusto. La salvezza inizia di qui, dal pentimento che nasce guardando la croce.
Ma la Pasqua è la vittoria della vita sulla morte. Se Cristo è risorto vuol dire che il Padre ha gradito il suo modo di vivere, lo ha trovato conforme al suo disegno originario sull’uomo. La sua vittoria sulla morte è il segno della verità e della bontà della sua vita.
Gesù è passato in mezzo agli uomini “facendo del bene”. Non è quindi rimasto indifferente davanti alle sofferenze degli altri; non ha additato la speranza futura dimenticando la sofferenza presente; piuttosto ha combattuto seriamente il male del mondo, il male fisico e morale. E tuttavia quando si è trovato di fronte alla scelta suprema della sua vita ha saputo accettare la sofferenza e la morte pur di rimanere fedele al progetto del Padre.
E allora uniamoci, nell’intimo della nostra fede, alla preghiera della Chiesa Universale e facciamo sentire forte la speranza di una vita rinnovata nella redenzione che Gesù ci ha donato, oggi più che mai.
Buona Pasqua a tutti!
I catechisti
